RUDE

Odio, passione, motociclette, crimine, sangue e amore.
Genere: Dark Romance/Azione/Suspense
Disponibile su Amazon Kindle Unlimited: amazon.it/dp/B092QYV4FW/

“RUDE” di Aura Conte
© Copyright 2021 Aura Conte – Tutti i diritti riservati.

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CAPITOLO 1

Amy Long

Il silenzio non esiste… o almeno, questo è ciò che ho appurato nel corso degli anni.
Soprattutto, quando si vive in mezzo alla natura, nel mio caso a Greenville, una minuscola cittadina dello stato di Washington.
Qui, non importa dove ti trovi… basta chiudere gli occhi, fare un lungo respiro e ascoltare.
Le melodie sono diverse, dal soffio del vento che fa scuotere gli alberi alle onde dell’oceano, non così tanto distanti.
Anche la pioggia perennemente presente ha la sua canzone.
Ed è proprio su quest’ultima che sto provando a concentrarmi, mentre i miei alunni del corso pomeridiano alla George Brown Primary School si stanno esercitando a suonare i loro strumenti. Una banda della scuola composta da bambini dai sette agli undici anni… chiassosa, spesso fuori tempo, ma molto divertente.
Sono sul punto di proporre di ripetere l’ultima parte dello spartito, quando il suono della campanella mi anticipa.
«Vi ricordo che domani non avremo lezione per colpa della partita. Pertanto, esercitatevi nei prossimi giorni e buon weekend!» saluto i ragazzi, mentre sistemano i loro strumenti e corrono fuori dall’aula.
Mi metto poi in piedi per compiere il loro stesso gesto, trattenendomi solo per qualche istante per sistemare gli spartiti nella mia borsa da lavoro.
Devo sostituirla, me ne servirà una più grande quando mi sarà dato l’okay per il concerto… penso, facendo pressione per far entrare tutti i fogli.
«Amy…» qualcuno sussurra sul ciglio della porta.
Sposto lo sguardo e incontro quello della signorina Prudence, la segretaria del preside. Alta, magra e dai capelli ricci, ormai tutti bianchi.
«Sì?»
«Un’ora fa si è verificato un guasto allo scuolabus, sono riuscita a contattare i genitori dei ragazzi per passare a prenderli. Tuttavia, non sono riuscita ad avvertire la famiglia Rover» mi spiega preoccupata, intanto che afferro la mia borsa per andare via.
«Mike…» sussurro e lei annuisce.
«Visto che va verso Oak Hill, potrebbe dare un passaggio al bambino?» mi domanda, tentennando. Gli occhiali rettangolari posti sul suo naso con tanto di catenina sembrano tremare.
Non vuole accompagnarlo… e non la biasimo. Ormai ha passato l’età pensionabile da un pezzo e dubito che voglia guidare fino a lì, dopo una giornata di lavoro tra scartoffie e ragazzini.
In un attimo, fuori dalla finestra la pioggerellina di pochi secondi fa si trasforma in un pessimo temporale.
Oak Hill mi viene un po’ fuori mano, ma so di essere tra i pochi che abitano a Nord di Greenville tra gli insegnanti… soprattutto quelli pomeridiani. L’idea di arrivare da quelle parti non mi alletta molto, anche perché il tempo fa schifo e fra poco farà buio.
«Hank non è disponibile?» chiedo, riferendomi all’insegnante di Scienze. Abita dalle mie parti, forse potrebbe occuparsi lui di accompagnare Mike.
«Oggi ha portato i ragazzi del suo laboratorio all’orto botanico» mi informa, mentre il rombo di un tuono ci raggiunge fino all’aula.
Qualcosa mi dice che non ho proprio scampo.
«Va bene, lo accompagno io» rispondo, rassegnandomi all’idea.
«Grazie, metterò una buona parola con il preside per quella faccenda del concerto in palestra» replica lei, entusiasta di aver trovato qualcuno pronto a immolarsi al suo posto.
«Grazie… grazie» mormoro, andando via verso l’aula dei professori per posare il registro e coprirmi con il mio cappotto.
Giungo all’uscita della scuola qualche minuto dopo, la pioggia sta cadendo senza sosta e quattro bambini si trovano in attesa dei loro genitori sotto la tettoia limitrofa all’edificio.
«Mike!» chiamo il mio alunno, impegnato a parlare con i suoi compagni.
«Sì, signorina Long?» risponde celere con la sua voce da bambino di sette anni.
«Vieni, oggi sarò io ad accompagnarti a casa. La segreteria non è riuscita a contattare la tua famiglia» gli spiego.
Lo osservo attentamente, mentre sgrana gli occhi nel panico più totale. Di sicuro, si aspettava che qualcuno lo venisse a prendere come per tutti gli altri.
«Okay…» dichiara con voce strozzata. Poi, mi segue nel parcheggio, coprendosi con il mio ombrello.
Camminiamo a passo svelto per non bagnarci e salito in macchina, noto che allaccia subito la cintura e mi fissa.
«Sì?» chiedo, vedendolo spaventato.
«È successo qualcosa alla mia famiglia?» domanda, tentennando.
«Non che io sappia…» replico, cercando di tranquillizzarlo.
Ciononostante mi domando come mai un bambino così piccolo stia andando tanto facilmente nel panico. Forse uno dei suoi genitori sta male?
Non abbiamo molto tempo di parlare a lezione, preferisco che i ragazzi si dedichino alla musica, sfogando qualsiasi turbamento attraverso di questa come faccio io sin da bambina. Conosco i miei alunni ma durante gli incontri tra genitori e insegnanti, i professori di materie come le mie vengono puntualmente snobbati per quelli di matematica, scienze, letteratura, ecc.
«La signorina Prudence non è riuscita a mettersi in contatto con la tua famiglia, per avvertirli del problema allo scuolabus. Hanno scoperto il guasto mentre facevamo lezione, quindi non preoccuparti. Tuttavia, dovrai darmi tu le indicazioni per portarti a casa, okay?» aggiungo per calmarlo.
«Va bene» dice a bassa voce, iniziando a fissare fuori dal finestrino.
«Chissà cosa starà combinando Brutus, in questo momento?» sospiro, dopo una decina di minuti di silenzio.
Vorrei mettere a suo agio il piccolo ma lui appare assorto nei suoi pensieri talmente tanto, da corrugare la fronte più volte e grattarsi la testa.
Mi domando a cosa stia pensando di così drammatico.
«Chi è Brutus?» chiede.
«Il mio cane…» rispondo subito, felice di averlo distratto.,
«Lei ha un cane?» domanda sorpreso.
«Certo e vive la maggior parte del tempo in campagna con mio padre» spiego.
«È un Rottweiler?»
«No, è un barboncino nano» lo informo, beccandomi un’espressione sorpresa come risposta. «Ha una personalità spiccata, aveva bisogno di un nome adatto.»
Mike ridacchia all’improvviso e questo mi tranquillizza. Probabilmente pensa che io abbia cento anni o qualcosa del genere, quando invece ne ho soltanto venticinque e sono di sicuro più giovane dei suoi genitori.
«I miei nonni hanno due Rottweiler ma sono vecchi e dormono tutto il tempo. Il suo cane è vecchio, signorina Long?»
«Ha tre anni e gioca come un matto, soprattutto con le mie scarpe… purtroppo» rivelo con fare drammatico.
Il piccolo inizia a ridere a crepapelle.
«Deve imboccare quella strada a sinistra» poi, mi indica.
Il temporale sta andando scemando, ma fra meno di un’ora farà buio. Non vedo l’ora di tornare a casa, se proprio devo essere onesta.
«Per ora sono i miei nonni e mio zio a prendersi cura di me, mia mamma è fuori città. Forse per questo la segretaria non ha trovato nessuno a casa» mi spiega con un filo di voce.
«Ecco spiegato il mistero. È via per lavoro?» chiedo.
«Qualcosa del genere, mio zio ha detto che è molto impegnata. Possiamo solo sentirci al telefono ma presto tornerà a Greenville» dice, sorridendo.
«Ti manca? Mio padre lavorava fuori quando avevo la tua età, ci vedevamo poco. Ti capisco…» confesso.
«Un po’ ma mia nonna mi prepara il doppio dei dolci da quando mamma è partita e zio mi fa giocare due ore in più con i videogames. Piacciono anche a lui, dice che li compra per me ma ci gioca anche lui» racconta e a stento riesco a trattenere una risata.
Mike è molto legato alla sua famiglia, ora comprendo perché fosse tanto preoccupato. Avrà pensato di tutto su sua madre o i suoi parenti, povero piccolo.
«Quello è il nostro vialetto» dichiara, indicandomi una strada privata laterale circondata da folti alberi ma asfaltata.
La imbocco con reticenza, sembra un po’ inquietante. In questa zona c’è soltanto tanta natura, siamo nel bel mezzo della statale di Oak Hill. Il confine con il Canada non credo che sia poi tanto lontano.
«Casa mia è da quella parte ma meglio se parcheggia davanti a quella di mio zio e dei suoi amici. Loro saranno lì a lavorare» aggiunge.
Un’abitazione inizia a intravedersi all’orizzonte. È di circa due piani, in legno, con un grande portico e un parcheggio sul davanti dove potrebbero entrarci almeno trenta macchine. Tuttavia, non è questo ciò che mi balza agli occhi, appena me la trovo davanti.
Nel parcheggio si trovano disposte almeno trenta motociclette e in una rimessa a fianco, ne intravedo altre.
Il portico è inoltre pieno di gente con in mano delle birre, sembra che ci sia una festa o qualcosa di molto simile. Ci sono uomini barbuti o con giacche di pelle, senza dubbio motociclisti, e almeno il doppio di ragazze vestite con abiti striminziti o shorts.
Dove diavolo mi ha portato Mike?
Man mano che ci avviciniamo, i loro sguardi si focalizzano sulla mia auto. Non sembrano affatto contenti che siamo qui.
All’istante, mi sento fuori posto, come se avessi davanti un branco di lupi affamati pronti a mordermi il collo a ogni movimento brusco.
«Sicuro che questo sia il posto giusto?» chiedo a Mike, mentre lui ridacchia. Avrà notato quanto mi sento in difficoltà in questo momento.
«Sì, sì! Guardi lì» dice, indicandomi un’insegna. «Io mi chiamo come mio nonno.»
Sposto lo sguardo per un attimo e leggo “Michael Rover” ben inciso sulla rimessa.
Incredula per aver avuto conferma di qualcosa di tanto assurdo, parcheggio e scendo dall’auto per accompagnare Mike… ma compiuto un passo, lui mi fa cenno di stare ferma.
«Va tutto bene, prof. Conosco la strada! Ci vediamo lunedì!» mi saluta, correndo verso il portico.
Lui appare tranquillissimo, io invece mi sento sul punto di avere un attacco di panico.
Sto lasciando un bambino in un posto del genere…
Lo guardo come ipnotizzata mentre si avvicina al gruppo di motociclisti, i quali in questo momento mi stanno fissando con sguardo torvo.
«Ciao Hunter! ‘Sera Wendy! Ciao Doyle!» Mike saluta tutti, addentrandosi tra la folla.
E loro ricambiano il suo gesto.
Questa è davvero casa sua penso, mentre noto qualcuno di molto alto avvicinarsi all’entrata del portico.
Si tratta di un trentenne dai capelli scuri e quasi rasati, anche lui con indosso una giacca di pelle nera. In paragone, gli sguardi delle persone che lo circondano sembrano quelli di decine di agnelli indifesi.
Deve essere il leader o come diavolo si chiama il capo di un gruppo di motociclisti.
Faccio un passo indietro e alzo la mano in segno di saluto, ma resto in silenzio.
Non voglio finire nei guai e mi domando quanto a scuola siano a conoscenza della situazione di Mike. Se abbiano mai incontrato la sua famiglia… per davvero.
Per quanto il piccolo sembri a suo agio tra questi motociclisti e chissà cos’altro, ciò che ho davanti non mi appare un ambiente adatto per un ragazzino di sette anni.
Né per me.
Così, con lentezza, risalgo in auto e metto in moto.
Devo andare via di qui! urlo nella mia mente senza sosta.
Il motociclista al centro del portico e anche gli altri non smettono di controllarmi un secondo. E anche dopo aver fatto inversione, noto i loro sguardi nello specchietto retrovisore.
Merda! In che guaio mi sono cacciata?
Una serie di brividi mi fanno tremare le mani, tanto da farmi stringere lo sterzo più volte.
Guido con la paura di essere seguita da uno di loro, fin quando non raggiungo il mio quartiere e supero la prima stazione di polizia della zona.
Forse, è il caso di domandare ai miei colleghi quanto conoscano realmente la famiglia Rover.

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CAPITOLO 2

Travis Rover

In questo dannato posto, nessuno fa il suo lavoro! Maledizione!
«Maze!» strillo come una furia, appena l’auto con la civile sparisce in lontananza. «Dove cazzo è quel coglione?»
«Visto, dovevi mettere me alla sicurezza!» ribatte subito Basketcase.
Non gli rispondo subito, anche perché in questo istante lascerei ai miei pugni di farlo. Il suo soprannome non è stato scelto a caso. In un cazzo di momento come questo, pensa che io sia tanto folle da dare un incarico così delicato a un soggetto come lui? Uno che pensa solo a feste, fica e poker?
«Pensa alla tua nuova bettola e sta’ zitto!» gli ordino, facendomi strada all’interno del quartier generale.
Stasera siamo in fin troppi qui dentro per colpa dell’arrivo improvviso dei nomad del club. Uomini che hanno scelto di far parte dei Devils of Chaos ma che amano vivere on the road. Mio padre è infatti tappato nella cappella con il loro capo e tutto ciò non preannuncia nulla di buono.
Come una furia, quindi, vado dritto nella stanza di Maze ma non ci trovo nessuno.
Dove diavolo è finito?
Fregandomene delle reazioni dei miei fratelli[1], inizio a spalancare tutte le porte per raccattarlo, interrompendo alcuni membri del club mentre si divertono con le loro mama[2].
Devo dare una lezione a quel deficiente! Penso, mentre mi rendo conto che nemmeno so chi sia la tizia che si è presentata qui con Mike.
Come è saltato in mente a Maze e a quelli della security di farla arrivare addirittura al parcheggio e a non fermarla prima, facendo scendere dall’auto il bambino ormai a casa?
Cazzo, potrebbe essere chiunque!
«Maze!» urlo, aprendo la porta dell’ultima stanza… quella di Basketcase.
«Che c’è?» domanda il coglione.
È disteso nudo sul letto, circondato da ben tre ragazze. Questa è la buona volta che gli sparo una pallottola in fronte!
«Tutte fuori!» ordino, strillando.
In fretta e furia, le vedo afferrare i loro vestiti e correre in corridoio.
«Non c’era bisogno di spaventarle… Travis» dichiara Maze, coprendosi il cazzo con un cuscino.
«Una civile è entrata nella proprietà!» lo informo, sempre più infuriato dal suo menefreghismo.
«Dai, i ragazzi di sicuro si saranno allontanati per divertirsi qui alla festa… non siamo mica in guerra» giustifica, senza battere ciglio.
«Non siamo in guerra?» domando con rabbia. «Ti rendi conto che poteva essere chiunque? Anche una cazzo di federale venuta qui a spiarci?»
«Lo era?» replica Maze.
«Ti sembra una domanda da fare? Tu hai un ruolo in questo club, o lo rispetti o sei fuori!» dichiaro, strillando con rabbia.
«Sei ancora il vice, non puoi buttarmi fuori… e anche in quel caso, ci sarebbe una votazione. Mick non ti permetterà mai di farlo» si azzarda a ribattere.
«Non ho bisogno di lui o di una pistola per farti fuori…» lo fisso un attimo e avvicinandomi alla porta, la chiudo dietro le mie spalle.
Poi afferro la sedia di legno alla mia destra e lo colpisco con forza a una gamba.
Maze emette un grido di dolore e un sorriso appare sul mio volto. Se pensa di poter azzardarsi a tenermi testa, si sbaglia.
Non è ancora nato colui in grado di fare tutto ciò e forse non nascerà mai!
«Sei un fottuto psicopatico!» strilla e si contorce senza sosta nel letto.
«Poteva andarti peggio. Avrei potuto colpirti nelle palle e allora avrebbe fatto ancora più male. Invece, visto che sei così convinto che nessuno ti butterà mai fuori dal club, ora hai una ragione in più per stare fermo e di vedetta. Non sei felice, Maze?» domando, godendo per il suo dolore.
«Stronzo del cazzo!» si lamenta ma il sorriso non va via dal mio volto.
Mi sento molto meglio, adesso.
Osservo il sangue cospargersi sulle lenzuola del letto per qualche secondo e infine, mi allontano dalla stanza.
Ora devo solo scoprire chi diavolo sia quella bruna dalle labbra carnose che ha accompagnato Mike, così da far in modo che si faccia i fatti suoi.
Fin troppo spesso, le donne più letali sono quelle in grado di far perdere la testa a un uomo.
«Travis! Vieni qui!» sento mio padre chiamarmi dalla cappella, o meglio la nostra sala riunioni, appena raggiungo le scale.
Ho ancora l’adrenalina per il colpo dato a Maze, quindi cerco di ricompormi il più velocemente possibile. Già immagino cosa dirà mio padre, appena scoprirà quello che ho appena fatto.
Tratta Maze come se fosse ancora lo stesso ragazzino di otto anni, che si è presentato alla porta dei Devils con una cazzo di lettera, conciato come un barbone.
Entro nella cappella alcuni istanti dopo e trovo seduto mio padre con a fianco Bones, il capo dei nomad.
Di solito, lascia tutti fuori dalla porta, quando ha certi incontri. I quali spesso portano il club a fare accordi redditizi. La mia presenza qui non ha senso, non capisco perché mi abbia chiamato.
«Chiudi la porta…» mi ordina con espressione severa.
Cerco una risposta con lo sguardo mentre faccio come mi dice e poi, mi accomodo al mio solito posto, davanti a Bones.
Lui, suo fratello e il suo gruppo sono quella che noi chiamiamo anche fanteria esterna. Motociclisti che hanno deciso di vivere come nomadi e di fare spola tra un club e l’altro dei Devils. Una scelta di tutto rispetto per tanti… difficile o necessaria.
«Stiamo avendo dei problemi» inizia mio padre, sbattendo un pugno ritmicamente sul tavolo.
«Non ho idea di chi sia la civile… chiedi a Maze, il tuo capo della sicurezza» dichiaro, supponendo che entrambi siano già stati informati di ciò che è accaduto mezz’ora fa.
«Civile?» domanda mio padre con sorpresa. «Di che diavolo stai parlando?»
«Una tizia ha accompagnato Mike a casa da scuola…» lo informo, incuriosito dalla sua reazione. «Che altri problemi abbiamo?»
«Cazzo, ci mancava solo questa…» si lamenta subito mio padre, passandosi poi una mano in faccia per diversi attimi.
«Papà?» lo incalzo, pur di comprendere cosa diavolo stia accadendo.
«La conoscete?» chiede Bones, preoccupato.
«No… non l’ho mai vista. Mike di solito torna a casa con il pulmino scolastico. L’autista è uno pulito» rispondo. «Che sta succedendo?»
Mio padre resta in silenzio ancora per qualche istante, poi sbuffa per lo stress.
«Pensi sia una di loro? Magari è il loro contatto qui…» Gli domanda Bones.
«No, quelle merde non hanno donne nel libro-paga… solo nei loro letti» risponde mio padre.
«Di chi?» chiedo immediatamente, sempre più preoccupato.
«I Dragons di Las Vegas vogliono espandersi e noi siamo il loro ostacolo da superare a nord» spiega.
«Merda!» commento immediatamente.
Ci sono diversi club nella costiera ovest ma vicino al confine ne capeggiano solo due, sia a nord che a sud. I primi siamo noi, i secondi sono gli Shadows. Un club misto composto principalmente da messicani.
Al centro, da qualche anno, si trovano i Dragons. Dei pezzi di merda che non permettono a nessuno di avvicinarsi ai traffici che si svolgono a Las Vegas e in tutto il Nevada. Se non sei loro alleato, o vieni ucciso o scompari nel nulla.
«Bones è venuto qui per avvertirci, appena lo ha saputo. Siamo in guerra, Travis… e non ne usciremo facilmente» infine, mio padre replica alla mia domanda.
Poi si alza dalla poltrona e va nell’altra stanza a informare il resto del club.

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NOTE:
[1] Fratelli: i membri dei club spesso si chiamano fra loro fratelli, anche se non sono sempre tali.
[2] Mama: sono le donne che frequentano il club, portandosi a letto i vari membri. Non sono delle prostitute ma delle donne che lo fanno per scelta personale, spesso perché auspicano di diventare la donna di uno dei membri (senza alcuna preferenza).

RUDE” di Aura Conte
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