You are my dream - Aura ConteYou are my dream” scritto da Aura Conte e Connie Furnari, da Aprile 2021 non è più disponibile su Amazon ma nella sua interezza su Wattpad.
Il POV maschile è scritto da Connie Furnari (Adel). Il POV femminile da Aura Conte (Catherine).
Genere: Romanzo rosa/Retelling di Aladdin

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LEGENDA
Adel = Aladdin
Catherine Grant = Principessa Jasmine
Almarid = Il Genio della Lampada
Abu = Abu la scimmietta
Mr. Thomas Grant = Il Sultano
Jamaal Khalid = Jafar il Gran Visir
Miss Louise Randall = Raja la tigre
Tenente Razoul = Capo delle Guardie
Iago = Iago il pappagallo

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PROLOGO

Da qualche parte nel deserto, nei pressi di Damasco, Siria.
Sono piena della sabbia del deserto. Oramai sono giorni che mi trovo qui e non siamo ancora riusciti a scoprire nulla.
Gli scavi procedono con molta lentezza, sto annotando tutto nel mio diario.
È meglio annotare tutto. Ci avevano detto che avremmo trovato la tomba di un vecchio re mesopotamico, ma per adesso non abbiamo dissotterrato nulla.
Quando ho cominciato a studiare, per diventare archeologa, sapevo a cosa andavo incontro. Ma ho sempre amato le sfide.
In questo credo di essere simile ai miei genitori, che adesso vivono dall’altra parte del mondo e aspettano il mio ritorno a casa.
«Professoressa Smith» mi sento chiamare.
Voltandomi, riconosco Bengul e Haluk, due siriani che ci stanno aiutando per la spedizione.
«Hanno trovato qualcosa?» chiedo speranzosa.
Le mie speranze vengono infrante, perché scuotono il capo.
«La cercano alle tende» mi dice Haluk.
Chiudo il mio diario di bordo e mi precipito. Sarà arrivato qualcuno dagli Stati Uniti.
Quando arrivo al nostro accampamento, riconosco una nuova tenda, e davanti all’entrata una piccola folla. Resto immobile per pochi attimi.
C’è un bel giovane, abbronzato. Della mia stessa età, quindi appena laureato.
«Si può sapere che cos’è questo trambusto?» mi avvicino, facendomi valere.
Il giovane mi stringe la mano. «Finalmente la conosco, professoressa Smith. È un vero onore per me… La sua fama la precede, lei è famosa in tutto il mondo.»
«Lasci stare i convenevoli. Chi è lei?»
«Sono il professor Jeff Cameron.»
«Mi faccia indovinare… Inglese.» Intuisco, dalla pronuncia.
«Esatto, di Londra» lui si mette a ridere, e ha proprio un bel sorriso.
Ne rimango incantata.
Non vorrei, ma quest’uomo mi ha già conquistata. Eppure avevo giurato a me stessa di tenermi alla larga dall’amore.
Perché voglio preservarmi per il grande amore della mia vita e non sprecare il mio tempo con inutili flirt.
Il professor Cameron, comunque, merita.
È un bell’uomo e sembra anche colto, proprio il tipo che piace a me.
Anche fin da ragazza ho sempre amato i secchioni, e non i bad boys della classe.
Passa una mano sui capelli biondo tiziano e mi indirizza ancora uno splendido sorriso.
Anche stavolta resto ammutolita.
Deve avere molte ammiratrici, immagino che le sue aule a Londra siano tutte piene di studentesse.
«Ho saputo che non avete ancora trovato nulla di interessante» mi dice.
«Io comincio a pensare che ci abbiano dato indicazioni sbagliate. I rilevatori non stanno percependo nulla sotto il suolo. Nei computer non appare nulla, se non terra.»
Rimaniamo a osservarci per un breve attimo.
«Stasera vorrei invitarla a cena» mi sento dire da Jeff.
Quasi scoppio a ridere. «Forse, non si è reso conto che qui non siamo in una città ma in mezzo al nulla… Circondati dal deserto.»
«Quindi, niente di più romantico» mi fa l’occhiolino. «Il deserto, le stelle che brillano… E una bella donna.»
È davvero incorreggibile.
Ci sta provando con me, ma io cerco di resistere, anche se è dura.
«Mi dispiace deluderla, professore» parlo come un vero maschiaccio. «Ma di solito, la sera, ci accampiamo accanto al fuoco, io e i miei uomini.»
«Bene, mi unirò a voi.»
Detto questo, se ne va, voltandomi le spalle.
E io rimango con un palmo di naso.
Il sole tramonta sul deserto, un paesaggio al quale non mi abituerò mai perché bellissimo.
Il cielo e la terra si fondono, in uno spettacolo d’oro. Tutto diventa liquido, i colori caldi e soffusi.
Il tramonto sul deserto ci rende tutti malinconici, ci illumina di arancio, mentre la sabbia si alza e ci sporca.
Timur, uno dei miei collaboratori arabi, è davanti alla carbonella e sta arrostendo la carne.
Il profumo invade l’aria.
Quando gli spiedini sono pronti, ci accomodiamo accanto al fuoco.
Tutto è come sempre e allo stesso tempo è diverso. Perché c’è Jeff. Lui è seduto accanto a me, aspetta a mangiare:
«Sono curioso di ascoltare una delle sue storie, professoressa.»
«Credo che racconterò la migliore che io conosca» sorrido.
«Che parla d’amore» aggiunge lui.
«Ovviamente. Una storia che narra di un amore tormentato e clandestino. Un amore passionale e infuocato, come il deserto, e violento come il mare in tempesta.»

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CAPITOLO 1

Adel

Isole Maldive.
Da quanto riesco a ricordare, mi sembra di non essermi mai mosso da qui. Non ho mai conosciuto i miei genitori e conosco soltanto il mio nome.
Non chiedetemi come faccia a saperlo, è uno dei misteri della mia vita.
Come quello di riuscire a sopravvivere giorno per giorno.
Vivo dove capita, sulla spiaggia soprattutto, perché non amo sentirmi un tetto sopra la testa.
E amo le belle ragazze, su questo non ci piove.
Sto camminando da ore, a torso nudo e con i jeans che mi arrivano alle ginocchia, lacerati. Le scarpe da ginnastica mi servono per correre, per ogni evenienza.
Perché c’è sempre un motivo per cui scappare.
Magari un fidanzato geloso, che ha scoperto che sei andato a letto con la sua donna.
Osservo il mare, davanti a me.
Vivo da sempre in un paradiso da sogno, e mi chiedo come mai i miei genitori, arabi, abbiano deciso di lasciarmi qui.
Mi sono sempre illuso che fossero dei ricchi petrolieri e che il loro yacht sia affondato.
Magari io sono il solo che si è salvato.
Ma è da tempo che non credo più alle favole.
Finalmente individuo la mia preda, sembra piuttosto facile.
Scambio uno sguardo con il ragazzino dalla pelle olivastra, dall’altra parte della spiaggia.
Abu.
Il mio migliore amico e compagno di scorribande.
Sappiamo già cosa dobbiamo fare.
Mi avvicino con astuzia alla coppia di turisti anziani. Ficco la mano nelle tasche dei bermuda di lui e tiro fuori il portafogli.
Di solito i turisti portano molti contanti.
Lancio il portafoglio a Abu, appena il turista si gira.
«Cosa sta facendo?» mi chiede quell’uomo.
«Nulla.»
«Guardia!» ovviamente lui chiama lo sbirro più vicino. Uno in bici, con i pantaloncini e gli occhiali da sole.
«Questo giovane mi ha derubato» mi accusa il vecchio.
Allargo le braccia con aria innocente e mi lascio perquisire dal poliziotto.
«Non ho trovato nulla» commenta lo sbirro. «Forse lo ha perso per strada…»
I due anziani scuotono il capo.
Cogliendo l’occasione, me la svigno e sparisco tra la folla.
«Aspetta!» mi chiama lo sbirro.
Non mi fermo.
Ho vissuto così per ventidue anni e non ho intenzione di fermarmi.
Raggiungo Abu, che ha già controllato il contenuto e facciamo a metà.
Ci dividiamo i contanti con un sorriso e pensiamo la stessa cosa: ovvero che viviamo in un paradiso, dove i soldi sono facili.
«Dove vai adesso?» mi domanda Abu. «Immagino da una delle tue amichette…»
«Indovinato» gli do una pacca sulla spalla.
Lui è orfano come me.
Entrambi siamo due vagabondi.
Due ladri.

***

I quartieri che frequento sono molto diversi. A parte quelli lussuosi, conosco ogni angolo di questa città.
So dove andare quando voglio avere compagnia femminile, so dove andare quando voglio stare da solo.
Sono cresciuto imparando a badare a me stesso e nessuno mi ha mai aiutato.
Anzi, gli altri hanno sempre cercato di scavalcarmi.
Sto camminando per la strada, quando mi sento afferrare per il braccio.
È uno degli sbirri che mi danno sempre la caccia.
«Ecco il nostro ladruncolo» mi mettono subito le mani addosso.
Sono in tre e non riesco a reagire.
Abu se ne è andato, non può aiutarmi, maledizione.
Sono circondato e non riesco a muovermi, ma dovrò trovare ben presto una soluzione.
Le loro manacce scavano nelle tasche dei miei jeans e trovano il denaro che ho fregato alla coppia di turisti anziani.
«Merda» esclamo.
«Come mai uno straccione come te ha tutto questo denaro?!» mi chiede uno degli sbirri.
«Sono stato a letto con tua moglie e mi ha pagato» rispondo ironico, con la mia gran faccia tosta.
Tolgo subito dalle sue mani quelle banconote e scappo via, perdendomi fra la folla.
Sento i loro passi che mi vengono dietro.
E le loro voci:
«Fermati, ladro! Sei soltanto un cane bastardo!»
Aumento il passo, nessuno è veloce quanto me, nessuno può raggiungermi.
Spingo tra la folla, la gente, i turisti, si chiedono chi io sia.
Non lo so nemmeno io.
Sono soltanto uno che vive alla giornata.
Che prende la vita come viene… infatti sto scappando senza farmi prendere.
Raggiungo la spiaggia.
Fra gli ombrelloni e più facile districarsi e sparire fra la gente che fa il bagno e che si diverte.
«Adel!» una ragazza che conosco, mi saluta.
La afferro e la bacio, mentre gli sbirri ci corrono accanto.
Neppure mi riconoscono, sono riuscito a passare inosservato.
La ragazza è contenta del bacio, non ricordo neppure come si chiama, ma lei mi conosce.
Continuiamo a baciarci, sotto il sole cocente dell’estate appena cominciata.
Nessuna donna mi resiste.

***

Attraverso tutta la città e mi ritrovo in uno dei tanti resort.
Nessuno fa caso a me. Tutti mi considerano un turista. Sono a torso nudo, abbronzato. Un bel ragazzo, come molte mi hanno detto in passato.
Infatti un gruppo di ragazze che sta andando in spiaggia si gira a guardarmi ridacchiando, e io mi sento un re.
Tutto questo paradiso è il mio regno.
Non posso andarmene da qui, penso di esserci anche nato, anche se non lo so con esattezza.
Comunque sia, i miei genitori hanno preferito lasciare il Medio Oriente per questa parte del mondo e io non posso fare altro che essere loro grato.
Mi avvicino a un teatrino ambulante.
«Almarid!» chiamo il mio vecchio amico.
Vecchio è un modo di dire, perché sembra un ragazzo, un giovane attore teatrale, sempre vestito con abiti di scena come gilet sfarzosi e colorati.
Porta sempre i capelli rasati e legati in un codino che gli scende per la schiena.
Il suo pezzo forte per guadagnarsi da vivere, sono i trucchi di magia.
Mi avvicino alla sua bancarella. I bambini lo amano in modo particolare.
«E adesso… osservate la corda» indica il cielo.
La cordicella che lui fino a poco tempo fa teneva in mano, resta sospesa nell’aria, come se fosse tenuta da qualcuno di invisibile.
Almarid la tira con una mano. «Ehi, tu… vieni qui bambino!»
Si avvicina un ragazzino in costume da bagno, pauroso.
Il mio amico lo incita a tirare la corda.
Il piccolo lo fa e la corda non cade. Tutti applaudono e cominciano a fioccare le monetine dentro il suo cappello.
Il mio amico Almarid non è un senzatetto come tutti gli altri.
Lui è sempre allegro, sempre pronto a dispensare consigli, con i suoi trucchi di magia dà felicità ai bambini di queste isole.
È un mago e nessuno osa imitare i suoi trucchi.
Lo conosco fin da quando ho memoria.
Io, lui e Abu abbiamo condiviso molte volte la stessa pagnotta, in mancanza di meglio.
Appena il pubblico se ne va, mi avvicino. «Buongiorno, amico!»
«Adel, non è un felice mattino? Cosa ti porta qui? Sei venuto a trovare una delle tue tante corteggiatrici?»
Anche lui mi prende in giro.
Rispondo con un sorriso.
Ho ancora i soldi della coppia di turisti in tasca. Prendo qualche banconota e gliela porgo. «Tieni, complimenti per lo spettacolo.»
Lui la osserva ma la rifiuta. «Non mi piace il suo odore, caro Adel. Tu l’hai rubata. Profuma di dopobarba alla menta e tu non hai ancora l’età per farti crescere i peli.» Mi prende in giro.
«Sai benissimo che ho già ventidue anni» gli faccio notare. «Non sono più un bambino. E ancora una volta, stai criticando il mio modo di guadagnarmi da vivere…»
Non è la prima volta che Almarid lo fa.
Infatti mi osserva scuotendo il capo, con il suo sorriso sempre allegro. «Devi guadagnarti il pane. Non rubarlo. Puoi prendere esempio da me, o da qualcuno che ha trovato il modo di sopravvivere senza rubare. Tu e Abu dovete imparare che esistono anche persone oneste e non solo persone che meritano di essere fregate.»
Almarid sa come la penso, ha sempre saputo leggere nel mio cuore.
Lui è un mago anche per questo.
La sua magia è ben altra di quella che mostra.
Mi dà una pacca sulla spalla e mi incoraggia. «Ora va, e non cacciarti come al solito nei guai.»
«Ci vediamo.»
«Portale questi, alla tua ragazza»Almarid fa girare la mano e come per magia appare un mazzolino di fiori.
Me lo porge e mi fa l’occhiolino. Non so dove nasconda tutta la roba che fa apparire.
Quando mi allontano da Almarid, continuo a pensare alle sue parole.
Forse è vero quello che mi ha detto: dovrei essere una persona onesta.
Ma la vita mi ha dato così tante fregature che oramai non spero più che qualcosa possa cambiare.
Fino a tredici anni ho vissuto negli orfanotrofi, poi sono scappato e ho vissuto per strada.
Nessuna famiglia mi ha mai voluto a causa del mio carattere irruento, e a me sta bene così: non voglio essere un cane al guinzaglio.
Voglio essere libero di girovagare dalla mattina alla sera.
Senza avere un padrone, o qualcuno che ti dice cosa devi fare, che ti organizza la vita.
Continuo a camminare per il villaggio turistico, con quei fiori in mano, che profumano perché sono veri. Una delle tante magie del mio amico Almarid.
Un gruppo di turiste mi viene incontro e io le saluto alzando la mano.
Loro sghignazzano.
So di essere un bel ragazzo e ne vado fiero.
Vado anche fiero delle mie conquiste, la ragazza che mi sta aspettando è una di loro.
La bella Aisha.
Intravedo il suo bungalow da lontano.
Sto per attraversare la strada, quando mi sento tirare per un braccio.
Un profumo inebriante mi fa trasalire.
«Adel, ma dove ti sei cacciato negli ultimi giorni?» è una voce femminile.
Mi volto e riconosco una bella ragazza. Credo di averla già vista ma non ne sono sicuro.
Lei però sembra conoscere molto bene me.
Merda.
«Eppure, quella notte ci siamo divertiti assieme» mi conferma.
Ecco, come avevo immaginato.
Ci sono andato a letto e come la maggior parte delle mie avventure, neppure lo ricordo.
Le ragazze per me non esistono se non per una notte soltanto.
Non mi sono mai innamorato in vita mia e non credo che succederà, perché le donne mi sembrano tutte uguali.
Inspiro l’odore dei loro soldi e vado con loro per stare bene una notte, basta.
Non cerco altro.
I sentimenti sono per dilettanti.
Io sono cresciuto per la strada, non voglio essere intralciato da nessuno.
«Ti telefono, d’accordo?» accarezzo la guancia della ragazza e le mento.
Lei non sa che non ho nessuna intenzione di chiamarla. Che oramai ho avuto da lei quello che volevo.
So di essere un gran bastardo ma non posso farci nulla.
Sono uno spirito libero e non mi potrò mai legare a nessuna donna.
Proseguo a camminare e attraverso le vie che si intersecano, tra i bungalow.
È un bell’ambiente, e lo frequento abbastanza spesso per via di Aisha, una delle mie ragazze fisse, anche se ne ho una infinità.
Mi piace cambiare donne in continuazione, io sono un tipo che cambia.
Busso e una bella ragazza mora mi apre la porta. «Perché ci hai messo tanto?»
Sorride. È eccitata.
Mi tira dentro, cominciamo a spogliarci.
Ci strappiamo di dosso i vestiti e in un attimo ci ritroviamo nudi.
Sdraiandoci su quel letto, siamo una semplice coppia di amanti, che non si vede da tanto tempo.
«Ti amo» mi dice lei.
Ma io non le rispondo.
Non voglio guastare l’atmosfera con una bugia. Non amo nessuna donna con la quale vado a letto.
Sprofondo in lei, mi perdo fra le sue braccia, e facciamo l’amore, rotolandoci in quel letto profumato di magnolia, come la sua pelle.

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CAPITOLO 2

Catherine

Può uno specchio nascondere la verità? Può un riflesso essere soltanto una menzogna?
La ragazza che sto fissando in questo momento è praticamente perfetta.
Ha indosso un lungo vestito di seta celeste, alle sue orecchie ci sono dei bellissimi orecchini d’oro e zaffiri. Al suo collo un antico pendente a forma di scarabeo azzurro. I suoi capelli scuri sono legati con attenzione in una lunghissima coda.
Il trucco è nude e non volgare, la manicure è impeccabile.
È bellissima, in apparenza.
Non ci sono difetti nel suo corpo, nemmeno una singola cicatrice.
Eppure, quando il mio sguardo si sposta sui suoi occhi verdi, li trovo spenti. Come se, anziché in procinto di attendere una festa nel bel mezzo dell’Oceano Indiano, alle isole Maldive, sia a un passo da patibolo.
Triste, disperata e soprattutto stanca.
«Mi raccomando signorina Catherine, stia attenta alla scollatura di questo vestito. Non vorrà passare per una ragazza facile!» dichiara Miss Louise Randall, la mia governante, aggiustando le bretelline del vestito che ho indosso.
Il mio sguardo non si distoglie dallo specchio.
Tuttavia, subito dopo, sbuffo e alzo gli occhi al cielo.
La ragazza che sto guardando da diversi minuti non è un’estranea ma sono io stessa.
«Sì, non preoccuparti» le rispondo, spostando leggermente lo sguardo sull’orologio che le ho regalato per il suo ultimo compleanno.
È costato un occhio della testa ma per me è come se fosse una madre, quindi il mio affetto nei suoi confronti non ha prezzo. Mi soffermo un attimo sul suo cinturino tigrato e i diversi diamanti presenti nel quadrante.
Credo che al mondo esistano case molto meno costose… da qualche parte, lì. Nel mondo normale, lontano da college privati, country club, Ferrari e tanto altro.
«Suvvia, signorina Catherine, non sia così triste. Ho sentito dire che questa sera al party ci saranno anche ragazzi della sua età» mi informa, mentre raccatta alcuni vestiti sparsi nella mia cabina.
«Anche…» sottolineo.
«Sa bene che queste feste servono a suo padre per concludere affari» continua Miss Randall.
Dovremmo essere in vacanza ma non è così, non credo di averne mai fatto realmente una.
Da due settimane ci troviamo attraccati al porto di un’isola molto caratteristica delle Maldive… con il nostro mega yacht di 60 metri.
Mio padre non ha fatto altro che lavorare. Anche perché ha avuto la brillante idea di proporre ai suoi soci di recarci in vacanza tutti nello stesso luogo ma su imbarcazioni diverse.
Io, invece, non ho fatto altro che abbronzarmi. Ogni tanto raggiunta da una delle figlie dei suoi soci… nella mia stessa situazione.
In tutto questo tempo, sono riuscita a visitare l’isola soltanto una volta seguita da due bodyguard, Miss Randall e il nostro autista, per recarmi a un pranzo in un resort a cinque stelle.
Nulla di più.
Questa è la mia vita, da sempre.
Soltanto perché sono la figlia di Lord Thomas Grant e della sua meravigliosa ma defunta moglie Sana Jabal. Unica erede di uno degli uomini più ricchi di tutto il Medio Oriente e nota archeologa, esperta in gioielli antichi.
Una vita che negli ultimi tempi per me sta diventando insopportabile.
Da piccola non ci facevo molto caso ma ora, da adulta, è ben diverso. Soprattutto perché il resto del mondo possiede qualcosa che non mi è concesso.
La libertà.
Mi basta cliccare su un qualsiasi social network, per imbattermi in foto e storie di ragazzi della mia stessa età. Ventenni liberi di viaggiare da soli, di vivere avventure ma soprattutto di commettere degli sbagli.
Il castello dorato nel quale sono cresciuta potrebbe sembrare stupendo dall’esterno ma dall’interno, appare soltanto come una gabbia dalle inferriate in oro zecchino.
Guardo per un ultimo istante il mio riflesso nello specchio e poi, mi avvio per allontanarmi dalla mia cabina.
Superato il corridoio e saliti alcuni scalini, avverto della musica provenire poco distante e pian piano, inizio a incrociare diverse persone vestite con abiti da sera.
«Buonasera signorina Catherine, credo che vostro padre vi stia cercando» mi riferisce una delle nostre cameriere.
Mi avvio quindi dalla poppa alla prua, superando tanti invitati, fino a incrociare con lo sguardo proprio lui, mio padre.
Sebbene non abbia ancora compiuto sessant’anni, la sua barba è bianca e lunga, i suoi capelli sono brizzolati e diverse rughe solcano il suo viso.
È un uomo affascinante, ma dimostra più anni del dovuto.
In questo momento, mi ricorda un po’ un lupo di mare… anche se molto ma molto più ricco.
Si trova circondato da diversi soci della sua holding internazionale e alcuni amici.
Ci sono tantissimi invitati, molti li ha fatti arrivare lui stesso anche dall’altro capo del mondo; lo champagne sta scorrendo a fiumi e i camerieri non smettono di correre qua e là.
Mentre mi avvicino a mio padre, il primo a notare la mia presenza è il suo braccio destro, Jamaal Khalid.
Un uomo sulla quarantina, di origine araba, dai capelli scuri e con un po’ di barba. Al suo fianco c’è il suo assistente Iago. Il quale lo segue perennemente, come se fosse la sua ombra.
«Papà, mi hanno detto che mi stavi cercando» dico mentre gli vado incontro per salutarlo.
«Buonasera Catherine» mi salutano diversi suoi soci, appena raggiungo il gruppo.
«Come sempre in ritardo» aggiunge a bassa voce Jamaal, infastidito.
Lavora per mio padre da quando avevo poco meno di due anni e finora, non c’è mai stato un giorno in cui non mi sia sembrato altezzoso… e… meglio censurarmi. La volgarità non si addice a una donna come me.
Non voglio abbassarmi ai livelli di gente come lui.
Lo ignoro di proposito e mi concentro su mio padre.
«Il figlio del senatore Hardin è qui al party, volevo presentartelo. William si è appena laureato ad Harvard e prossimamente, farà un master a Oxford. La tua stessa università» puntualizza mio padre, fissando i suoi amici, come se si stesse vantando di me.
Accenno un sorriso, non riesco a odiarlo.
So quanto sia fiero di me. Potrei essere come le figlie dei suoi amici. Prive di orgoglio e passive ma non è così. Un giorno, so bene che erediterò tutto ciò che la mia famiglia ha costruito con tanti sacrifici.
Il minimo che io possa fare è gestirlo e studiare con attenzione.
Lo ascolto mentre racconta ai suoi soci dei miei successi accademici.
Lui è così, non lo fa per cattiveria, non sta facendo altro che seguire l’etichetta dalla A alla Z. Farmi studiare nei migliori college, presentarmi in società e auspicare che in un prossimo futuro, io possa fidanzarmi e poi sposarmi con uno dei figli dei suoi amici.
Anche loro ragazzi molto ricchi con un patrimonio con talmente tanti zeri da poterci costruire l’intera muraglia cinese.
Luogo da me visitato, come sempre scortata dalle bodyguard di famiglia.
«Non potremmo farlo più tardi? Non ho ancora bevuto nulla…» gli rispondo, appena lo sento menzionare di nuovo il famoso figlio del senatore.
«No, Catherine» interviene di colpo Jamaal. «Tuo padre ha espresso il desiderio di presentartelo ora. Non vorrai mica contraddirlo? Non tergiversare come tuo solito» mi bacchetta subito Jamaal, rubando una risatina da parte del suo assistente, Iago.
«Se sei così interessato a conoscerlo, Jamaal… perché non vai a presentarti tu stesso? Di sicuro, il figlio del senatore sarà entusiasta di intrattenersi con un uomo così gentile e rispettoso, come te. Magari, potresti anche riuscire a strappare un bellissimo progetto negli Stati Uniti. In grado di tenerti lontano da noi per i prossimi sei mesi» dichiaro, fissandolo dritto negli occhi senza mai tentennare.
«Catherine!» mi richiama subito mio padre. «Comportati per come si deve!»
Non rispondo ulteriormente.
Sono qui per compiacerlo, sì, ma non ho alcuna intenzione di sottostare alle frecciatine di Jamaal. Il quale pensa di poter decidere per me, come se fossi un oggetto da vendere al migliore offerente.
Può anche essere il braccio destro di mio padre ma quando un uomo è privo di gentilezza e tende a sottolineare i difetti di qualcuno, risulta soltanto antipatico e invidioso.
«Champagne?» mi domanda un cameriere con in mano un vassoio pieno di bicchieri.
«Sì, grazie» rispondo, afferrandone uno.
Ne bevo diversi sorsi, sperando di calmare i miei nervi.
Stare qui, circondata da tanta gente come Jamaal, mi rende nervosa.
Vorrei essere da tutt’altra parte, in pace.
«Lord Grant, da quanto tempo non ci incontriamo!» dichiara all’improvviso una signora dei capelli legati in uno chignon, avvicinandosi al nostro gruppo.
Credo che abbia una settantina d’anni ma indossa un abito dell’ultima collezione di Dior con tanto di gioielli vistosi, come se fosse una modella della mia età.
«Tu sei Catherine, non è vero?» poi aggiunge all’improvviso, fissandomi esterrefatta. «Mamma mia, sei identica a tua madre.»
Mia madre? La conosceva?
«Sì, me lo dicono in tanti…» biascico, un po’ curiosa per la sua affermazione, un po’ intimidita dal paragone appena fatto.
Sana Jabal, mia madre, era una donna di una bellezza mediorientale ma dagli occhi verde smeraldo. Una donna molto silenziosa, in apparenza. Morta perché colpita malattia improvvisa e letale, quando avevo poco meno di cinque anni.
«Elenoire, sono molto contento di vederti qui! Finalmente hai accompagnato tuo marito in uno dei suoi viaggi di lavoro!» esordisce mio padre, prima di salutarla.
«Ogni tanto mi piace compiere una follia» scherza lei. «L’ultima volta che ci siamo visti, questa bella ragazza era ancora in fasce.»
«Già, ben ventun anni fa! Stavamo proprio parlando di tuo figlio William e del suo futuro master nella buona vecchia Inghilterra» spiega mio padre e in un batter d’occhio, mi rendo conto del perché di tanti complimenti.
La donna davanti a me non è altro che la madre del rampollo che mio padre vuole presentarmi, grazie anche alle spinte di Jamaal.
Suppongo che questo ragazzo valga un bel po’ di quattrini e affari.
Come al solito, dietro a una bellissima maschera molto spesso si cela soltanto una grandissima montagna di escrementi.
Un istante dopo, un giovane ragazzo americano molto alto e robusto, si avvicina verso di me e senza indugiare, mi bacia la mano.
«Molto più bella di quello che mi avevano detto…» dichiara, provando a flirtare.
«Sì, anche molto intelligente e non disponibile a farsi abbindolare da certi gesti plateali» aggiungo per fargli comprendere di starmi alla larga.
«Catherine, cosa ti ha detto tuo padre fino a cinque minuti fa, riguardo al comportarti bene?» domanda subito Jamaal con tono autoritario.
Questo suo ultimo richiamo mi fa perdere del tutto le staffe e a stento trattengo la mia ira.
Non deve permettersi di trattarmi in questo modo, soprattutto in pubblico. Non è un mio genitore, non sono una bambina da rimproverare!
«Perdonatemi per qualche minuto, vorrei tornare in cabina a incipriarmi il naso. Questa sera fa un caldo infernale!» dichiaro e senza dare il tempo a mio padre di fermarmi, mi avvio velocemente verso la poppa.

***

I miei nervi sono a fior di pelle, mi sento un maledetto oggetto pronto per essere venduto al miglior offerente della serata. Qualcosa di inanimato, privo di vita, e quindi incapace di ribellarsi contro chi prova a maneggiarlo.
Raggiungo la mia cabina e sbatto la porta.
Poi, mi siedo sul letto e, stringendo la coperta con le dita, inizio a fare dei lunghi respiri profondi.
Non voglio restare in questo posto un altro istante!
Perennemente circondata da tanta ipocrisia, cattiveria e imposizioni!
Non sono un maledetto oggetto ma una donna pensante!
Guardo fuori da uno degli oblò e noto delle luci in lontananza.
Il nostro yacht è in sosta in un porto poco distante dal centro dell’isola.
Da persone normali… e da un barlume di pace.
«Darei tutti i miei gioielli e miei vestiti costosi, pur di poter fuggire da questo posto e di possedere un briciolo di libertà» mi lamento, sospirando.
Poi chiudo gli occhi e provo a calmarmi. Tuttavia, non ci riesco, così comincio a camminare all’interno del mio cabinato.
Dopo qualche secondo, mi rendo conto che anche questo gesto risulta inutile.
Sposto la mia attenzione e il mio sguardo incrocia alcuni vestiti posti sopra una poltrona posizionata in un angolo.
Su di questa vi sono alcuni abiti indossati ieri, un paio di shorts e una camicia bianca di lino.
In un istante, fisso lo specchio dove mi sono guardata meno di un’ora fa. Questa volta però, non incontro soltanto uno sguardo triste ma anche tanta, tantissima rabbia.
D’impulso, mi tolgo le scarpe, i gioielli e mi sfilo il vestito di seta, poi mi avvento sulla camicia e sui pantaloncini.
Indosso entrambi velocemente, senza pensarci due volte. L’unica cosa che lascio del mio look precedente è lo scarabeo legato al mio collo… dal quale non mi separo mai. Di seguito, afferro un paio di scarpe da tennis e le infilo, stringendone i lacci con dei nodi molto stretti.
Sono pronta a correre una maratona, se fosse necessario!
Successivamente, controllo nel mio portafoglio e infilo un po’ di soldi in tasca.
«Non rimarrò a questo party per un altro secondo!» sussurro tra me.
Controllo per un attimo la mia cabina e poi scappo via, sgattaiolando grazie alla presenza dei tanti invitati.
Appena i miei piedi poggiano sul pontile, un brivido di adrenalina scuote il mio corpo da capo a piedi.
Nessuno sembra essersi accorto del mio gesto, nemmeno le bodyguard di mio padre.
Sono libera.
Una leggera brezza mi colpisce in viso e ne godo di ogni attimo.
Infine, appena questa diminuisce, inizio correre, come se mi stesse inseguendo un toro scatenato.
Corro e non mi guardo più indietro.

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