Confetti e kilts - Aura ConteConfetti & Kilts

Lei è una combinaguai logorroica.
Lui è a un passo dal matrimonio.
Riusciranno a stare lontani?

Genere: Commedia romantica, Humor, Chick lit.
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“Confetti & Kilts” di Aura Conte
© Copyright 2020 Aura Conte – Tutti i diritti riservati.

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Eravamo amanti imperfetti noi due,

troppo selvaggi per domarci, troppo rari per lasciarci andare.

– Atticus –

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Capitolo 1

Carol Reid

La vita è un insopportabile impedimento che si mette in mezzo tra te e il tuo letto, quando vorresti dormire fino a mezzogiorno ma devi andare a lavorare… se vuoi sopravvivere.
Ecco come mi sento stamattina, mentre guido. Strappata via dal mio amato giaciglio per ragioni di forza maggiore.
Sono infatti le sette e cinquantacinque, ho due appuntamenti con dei fornitori fra cinque minuti e soltanto tre ore di sonno.
Sarei dovuta tornare prima dalla mia settimana a New York da Warren e Alyson, la meno chiassosa delle mie sorelle (e di me), ma abbandonare Broadway e Times Square è stata dura.
La mia prima vacanza fuori città dopo due anni di lavoro… già mi sento in astinenza.
Anziché parcheggiare, forse dovrei fare retromarcia e scappare via… dopo aver fatto spaventare con una sgommata degna di un film d’azione, i due pedoni di ottant’anni che stanno attraversando per recarsi al locale del mio futuro cognato, il Delicious Sin.
Tuttavia, non posso.
Gli sguardi severi di mio padre, mia sorella Vera e James (aka il futuro cognato) sono fissi su di me.
Un trio appollaiato davanti ai nostri negozi in grado di terrorizzare Godzilla, soprattutto a quest’ora del mattino.
Esco dal mio maggiolino d’epoca di un giallo scolorito e mi avvicino al gruppetto, pronta per la ramanzina.
Uh! Dovevo approfittare del mio soggiorno a NYC per darmi alla macchia, prendendo un aereo per il Sud d’America!
«Sei in ritardo» dichiara Vera, la maggiore di noi sorelle Reid, riconosciuta dittatrice del bridal showroom della mia famiglia, Confetti, e spesso anche di tutto il quartiere.
«Di un giorno…» aggiunge mio padre.
«E sedici ore» conclude James, che da oggi chiamerò Giuda.
Negli ultimi mesi, a furia di lavorare insieme per gestire il catering degli eventi a noi commissionati e sopportare l’isteria di Vera, siamo diventati migliori amici… almeno, lo eravamo fino a pochi istanti fa.
«Ti rendi conto di quanto lavoro ci sia da fare? Ieri ho dovuto gestire ben quattro appuntamenti al posto tuo, Carol!» Vera inizia a strillare contro di me.
«Recupererò tutto il lavoro, non ti alterare» le rispondo, provando a zittirla.
«Come faccio a non alterarmi?» urla ancora più forte e poi, inizia a lamentarsi come suo solito, elencando tutto ciò che dobbiamo fare in settimana.
Mentre lei predica e le stagioni si alternano dietro le sue spalle, visto quanto è lungo il suo discorso, getto lo sguardo verso il bancone del negozio e intravedo Daphne.
È impegnata a chiacchierare con uno dei miei due appuntamenti di questa mattina, intanto che tra le mani stringe un velo da sposa.
Sebbene siano passati diversi mesi, è strano vederle fare il lavoro di Alyson, come se nulla fosse.
«’Giorno squilibrati» la voce di mia sorella minore Katie mi distrae all’improvviso, mettendo un freno ai miei ricordi.
«Hai dieci minuti di ritardo!» Vera si lamenta con lei, mentre l’altro fornitore con il quale ho un appuntamento sbuca da dietro l’angolo dell’isolato.
Grazie al cielo e al matrimonio che stiamo organizzando! penso, entrando nel nostro showroom di fretta.
Priorità numero uno di questa giornata? Arrivare viva a stasera.
Come farlo? Distrarre Vera e non incrociarla prima della chiusura di Confetti.
Possibilità di riuscita? Zero.
Sono abbastanza certa che mi farà pagare il mio giorno di ferie extra.
Oggi sarà una lunga, lunghissima giornata di lavoro.

***

Non riesco a camminare, ho i crampi alle gambe per essere stata seduta tutto il giorno alla mia scrivania.
Mi sto letteralmente trascinando verso il retro del Delicious Sin per corrompere uno dei pasticceri, così da farmi offrire gratis una delle prelibatezze preparate per i clienti odierni.
Appena varcata la porta della cucina, mi rendo conto della presenza dell’intero staff del locale.
«Sembri stanca…» dichiara divertito James, mentre riempie dei tortini con della crema chantilly.
«Taci, Giuda!» sbraito, sedendomi a uno degli sgabelli. «State per fare una consegna?»
«Sì, il sindaco ha commissionato diversi dolci per il compleanno della moglie. Il party è stasera e dobbiamo consegnare tutta questa roba entro due ore. Tu hai finito di lavorare per oggi?» mi domanda, alzando lo sguardo dai tortini per qualche istante.
«Sì, ma domani ho l’agenda piena. Speravo di rubare qualche pasticcino per la mia futura cena… finalmente libera dallo sguardo colmo d’ira di Vera» rispondo, controllando da lontano i vassoi già pronti.
«Io non ho lo sguardo colmo d’ira!» si lamenta all’improvviso qualcuno, nascosto dietro la porta che conduce al bancone del locale.
«Sì, invece!» replichiamo insieme io, James e il suo commis, Alfredo.
«Siete solo dei bugiardi» asserisce Vera, raggiungendoci in cucina con in mano un croissant.
«Dovresti smettere di controllare le persone da lontano… e di origliare le conversazioni private» le suggerisco.
«Sei mia sorella… quando mai sono esistite delle conversazioni private nella nostra famiglia?»
Sospiro, incrociando le braccia.
Volevo solo cinque minuti di pace e dei pasticcini, invece la ritrovo anche qui!
«Smettila di sbuffare, sono venuta a cercarti per avvertirti di un piccolo cambiamento per la giornata di domani» dichiara, piazzandosi davanti a me.
Uh, andiamo bene… conosco i “piccoli” cambiamenti del nostro lavoro!
«Che devo fare?» domando rassegnata.
«Domani devo recarmi a Somers Point per effettuare gli ultimi controlli, visto il matrimonio di questo weekend. Katie si dedicherà allo showroom e al servizio catering con papà, al tuo posto. Tu, invece, ti occuperai di mostrare una nuova location agli sposi Cameron-Harris» mi informa.
«Che cosa? No! Perché tocca a me quella matta indecisa della Harris? Ha già visitato ventidue locations, ne scegliesse una! Cindy Jefferson non avrebbe mai dovuto suggerirle il nostro showroom!» sbraito a voce alta.
«Capita» replica mia sorella compiaciuta, prima di andare via dalla cucina.
La sua vendetta ha appena avuto inizio.
«Dannazione, lo sapevo!» mi lamento a bassa voce. «Come la sopporti? Come?» domando a James mentre non smette di lavorare.
«Con me è un angelo…» scherza.
Mi alzo dal mio sgabello e vado via senza salutare.
Mentre compio tale gesto, sento James e Alfredo ridere e prendermi in giro come due ragazzini delle medie.
James non può capire, lui è ormai uno schiavo sottomesso anche se non se ne rende conto. Mia sorella è bravissima in queste cose, lo è sempre stata.
Fin da bambine obbligava tutte noi a fare le cose, senza che nemmeno ce ne accorgessimo.
E oggi ha fregato anche me, nemmeno avessi ancora nove anni!
Appena entrata nella mia auto, senza un minuscolo pasticcino, sbatto la testa sul volante ripetutamente.
Oltre a dover passare le prossime tre sere a recuperare il lavoro non svolto in questi ultimi giorni, ora mi toccherà anche sopportare i Cameron-Harris!
Quella mezza matta indecisa della sposa mi farà impazzire, già lo so!
Uh, se solo non fossi andata in vacanza a New York!

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CAPITOLO II
Evan Cameron

 

Salutare, sorridere, complimentarsi per il magnifico operato. Ripetere.
Questo è ciò che mi ha insegnato la mia governante alla tenera età di cinque anni, poco prima di imparare a scrivere il mio nome.
Si chiamava Adelina, era una sassenach a detta di mio nonno, una sassone… solo perché originaria di un paesino di confine tra la grande Scozia e quelli là… gli inglesi.
Lui era uno scozzese come quelli che vedi nei film, alla Braveheart. Mio padre un po’ meno, grazie al cielo.
«Evan, avete già deciso dove vi sposerete?» mi domanda la moglie di un amico del mio futuro suocero, la signora Watson.
«Domani visiteremo una nuova location, a quanto pare» le rispondo.
«Blanche non vuole che il matrimonio si tenga qui. Non lo trova romantico!» si lamenta Joffrey Harris, padre della mia fidanzata e proprietario del Palace. Uno tra i casinò più conosciuti di tutta Atlantic City e della East coast.
Sorrido e bevo un sorso dello champagne servito al party di stasera, grazie a una nuova collaborazione tra il Palace e una nota azienda francese.
Questo è il terzo festino consecutivo degli ultimi giorni ma, in fondo, non sono sorpreso da tutto ciò.
Anche io e Blanche ci siamo conosciuti a uno di questi party, durante una vacanza alle Maldive. L’unica differenza era il tema della serata.
«Buonasera» saluta la mia fidanzata, avvicinandosi a noi insieme alla sua migliore amica, Daisy.
Come sempre, anzi, come tutte le donne che ho incontrato qui in città, il look di Blanche è impeccabile.
Una vera bambola di porcellana, così l’ha etichettata mio nonno appena l’ha vista la prima volta e questa sera sembra rispettare parola per parola tale concetto.
Dal vestito da sera che ha indosso alla pelle bianca e delicata.
«Stavamo discutendo della location del matrimonio, piccola» le accenno a bassa voce.
La sua espressione cambia velocemente da formale a terrorizzata, visto che si tratta di un argomento off-limits davanti a suo padre.
Dal momento che abbiamo annunciato il nostro fidanzamento, non ha smesso di farci pressione per sposarci nel suo gigantesco hotel-casinò in fretta e furia.
Tuttavia, né io né lei siamo molto d’accordo a farlo qui, circondati da turisti e dal suono delle slot machine.
«Ci siamo affidati a un bridal showroom molto competente e forse abbiamo già trovato il luogo perfetto» risponde, mentendo… in parte.
Sono giunto in città venerdì, so dello showroom al quale ci siamo rivolti ma finora, nessuna delle location è andata bene per la mia fidanzata e lo sappiamo sia io, sia lei che Daisy.
Quest’ultima mi osserva di colpo e poi scuote la testa per fermarmi dal continuare a discutere di tale argomento.
«Blanche, credo di aver intravisto lo stilista del quale ti ho parlato, non volevi incontrarlo per il tuo abito da sposa?» chiede Daisy, introducendosi nella conversazione.
Al party di stasera sono presenti sia uomini di affari che celebrità come musicisti e artisti di ogni genere. Il signor Harris adora fare le cose in grande, per poi vantarsi con mezza città di quanto sia conosciuto il suo casinò, anche a livello internazionale.
L’espressione di Blanche cambia di nuovo, all’improvviso sembra eccitata.
Mi guardo intorno per controllare dove sia tale stilista, ma non lo trovo.
Noto soltanto un attore e alcuni giocatori di una conosciuta squadra di calcio inglese, per ora in città per un evento di beneficenza e ospiti del Palace.
«Scusate, anche l’abito bianco ha una certa priorità…» ci spiega Blanche, facendo alcuni passi, pronta per allontanarsi dal gruppo di amici dei suoi genitori.
«Non ti salverai mai da questa conversazione, signorina! Domani riprenderemo il discorso» replica suo padre, intanto che gli altri ridacchiano.
«Haste ye back[1]» sussurro, mentre Blanche e Daisy si allontanano da noi.
«Caro Evan, oltre alla location, non sembri conoscere molto dei preparativi del matrimonio…» accenna repentina e acidula l’amica degli Harris, la signora Watson.
«No, madam[2]. Sono tornato in città pochi giorni fa, dopo un mese e mezzo in Scozia.»
«Uhm, dove pensate di vivere dopo che vi sarete sposati? So che tu e tuo fratello avete molti affari in ballo lì. Ora che siete rimasti soli e vostro nonno è deceduto, di sicuro sarete contenti di essere liberi di poter gestire da soli il vostro patrimonio» aggiunge il marito, più impiccione di sua moglie e assolutamente privo di tatto.
Lo fisso in volto, esterrefatto.
Come osa dire certe cose? Blaigeard![3]
Contenti? E di cosa? Che il nostro unico parente in vita, il quale ci ha cresciuti dall’incidente dei nostri genitori, sia morto?
Cosa diavolo c’è nel drink di questo idiota?
«Contenti?» rimarco.
Mi domando perché abbiano così tanta voglia di conoscere certi particolari privati della mia vita.
Non sono affari loro e questo non è un argomento di conversazione da discutere durante un party!
Sono pronto a rispondergli a dovere ma il mio futuro suocero intercede per me.
«Blanche è abituata a viaggiare e parla quattro lingue… i ragazzi non avranno alcun problema a riguardo» dichiara, prima di fissarmi con sguardo complice.
«Non c’è ragione di essere contenti per un lutto del genere, signor Watson…» accenno. «Scusatemi, credo di aver visto mio fratello.»
Mi allontano dal gruppo senza aggiungere altro. Non voglio far scoppiare una rissa, prendendo a pugni un amico di famiglia degli Harris.
Che vile bastardo, ancora non posso credere alle sue parole… mi lamento, mentre mi avvicino a una delle uscite, attraversando la folla.
Appena giunto all’esterno, fuori dalla sala, cammino velocemente.
Questo posto è così finto, anche l’erba che sto calpestando non sembra reale per come è tagliata.
In apparenza è tutto perfetto ma artificiale, tranne il cielo stellato sopra la mia testa.
L’unica cosa impossibile da modificare a piacimento degli abitanti di questa città.
«Evan!» mi chiama Blanche.
Mi volto per guardarla, di colpo. Sta camminando a passo veloce. In lontananza, la sua amica ci sta fissando.
«Che cosa è accaduto? Ti ho visto scappare dalla festa… va tutto bene? Papà ti ha importunato per via della location? C’è qualcosa che vuoi dirmi?» domanda la mia fidanzata, preoccupata.
Sbuffo per un istante.
«Non preoccuparti, avevo solo bisogno di aria» rispondo subito, omettendo il motivo della mia reazione.
Non voglio addossarle ciò che mi frulla in testa da ormai quattro mesi e mezzo, dall’ultima conversazione con mio nonno.
«Ne sei sicuro?» aggiunge, avvicinandosi per accarezzarmi il viso.
«Non preoccuparti, va tutto bene.»
«Okay» afferma a bassa voce, poi continua tentennando. «Domani abbiamo un nuovo appuntamento per scegliere la location, si trova poco fuori città. Tu e tuo fratello potreste andare al mio posto? Vorrei passare del tempo con papà qui in hotel, per farlo ragionare.»
«Certo, sta’ tranquilla…» le rispondo.
L’idea di allontanarmi da tanto stress, anche se per pochissime ore, mi calma all’istante.
Tuttavia, questa sensazione mi ricorda anche che il mio futuro sarà fatto di questi momenti… attimi in cui vorrò fuggire per trovare serenità, lontano da gente come gli Watson.

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“Confetti & Kilts” di Aura Conte
© Copyright 2020 Aura Conte – Tutti i diritti riservati.

NOTE:
[1] Haste ye back: torna presto.
[2] No, madam: no, signora.
[3] Blaigeard: bastardo!