Confetti in passerella - Aura ConteConfetti in passerella

Lei sogna l’abito bianco ma è timidissima.
Lui è uno stilista che ha perso l’ispirazione.
Riuscirà una sfilata di moda a cambiare le loro vite?

Genere: Commedia romantica, Humor, Chick lit.
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“Confetti in passerella” di Aura Conte
© Copyright 2019 Aura Conte – Tutti i diritti riservati.

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La timidezza è una condizione strana dell’anima, una categoria, una dimensione che si apre alla solitudine.

È anche una sofferenza inseparabile, come se si avessero due epidermidi, e la seconda pelle interiore s’irritasse e contraesse di fronte alla vita.

Fra le compagini umane, questa qualità o questo difetto fa parte di un insieme che costituisce nel tempo l’immortalità dell’essere.

– Pablo Neruda –

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CAPITOLO 1

Alyson Reid

Ventisei abiti da sposa consegnati ieri sera e… ventisei anni, oggi.
Il vestito da sposa che ho davanti è quasi pronto, sto lavorando alle ultime modifiche dalle prime luci dell’alba.
La stoffa che sto sfiorando è liscia, morbida, come se quest’abito bianco fosse una nuvola pronta per essere indossata dalla prossima sposa che varcherà la soglia del nostro bridal showroom, Confetti[1].
In questo momento un luogo di pace e silenzio, dove ci sono soltanto io e i sogni di tante ragazze.
Sarebbe bellissimo poter confezionare degli abiti io stessa, ma non possiedo i mezzi necessari per farlo.
Potrei dormire qui dentro per sempre, come ho fatto stanotte, e non mi darebbe fastidio, anche se ogni abito esposto mi ricorda quanto io sia single. Sola… o quasi.
Fra poco si scatenerà l’inferno, appena le mie sorelle Vera, Katie e Carol arriveranno qui in negozio.
Quelle tre matte mi faranno impazzire! Soprattutto Vera, la nostra wedding planner e sorella maggiore. La nostra dittatrice, come la chiama la piccola di casa: Katherine. Piccola tanto per dire, visto che ha ventun anni e la parlantina di un camionista rockettaro.
Questa settimana ci saranno tre matrimoni di fila, tre spose da accontentare e abiti da sposa da sistemare… già so che mi verrà un mal di testa incredibile, a furia di avere a che fare con una massa di pazzi.
Uh, povera me!
Pochi secondi dopo aver modificato la cintura dell’abito al quale sto lavorando, noto con la coda dell’occhio l’intera combriccola giungere fuori da Confetti.
Le mie sorelle arrivano quasi contemporaneamente, seguite da mio padre. Manca soltanto James, il fidanzato di Vera, il quale sta già lavorando nel suo bakery da qualche ora, il Delicious Sin.
Un luogo di perdizione dove si possono trovare i migliori dolci di tutta Atlantic City… per nostra enorme fortuna. Da quando ha aperto alcuni mesi fa a un passo da noi, sono ingrassata di cinque chili tra colazioni e spuntini.
«Aly!» strilla Katie appena mette piede nel nostro showroom.
«Sono qui» rispondo senza urlare, mentre pongo da parte ago e filo.
Mi avvicino al bancone d’ingresso con molta lentezza e man mano che lo faccio, ascolto Vera lamentarsi con Carol riguardo al buffet degli Hudson, Katie scherzare con mio padre e le urla di James in lontananza.
«Buongiorno» saluto a bassa voce, sperando che nessuno si accorga della mia presenza.
Vorrei solo tornare ai miei vestiti e stare in santa pace; questo chiasso prima della colazione e del caffè è insopportabile.
Katie è la prima a lanciarsi su di me per abbracciarmi. All’istante sento il mio corpo stritolato dalla forza sovrumana di mia sorella.
«Buon compleanno, shy girl![2]» urla Katie al mio orecchio e io immagino le possibili testate dei quotidiani: giovane ragazza stritolata a morte dalla sorella psicopatica, davanti al resto della sua famiglia.
«Aiuto! Papà!» mi lamento, provando a liberarmi.
«Lascia stare tua sorella, Katherine!» le ordina lui. «Ci serve una sarta in questo showroom e lei è l’unica di voi quattro che ancora non si è sventrata una mano, facendo l’orlo a un vestito!»
«Parla di te, Vera…» dichiara Carol per far infuriare la nostra sorella maggiore, più del solito.
In un attimo, si scatena il putiferio tra le due.
«Concentrati sul buffet degli Hudson, non sulle mie capacità da sarta. Hai appuntato le variazioni da aggiungere al buffet? Servono altri due camerieri…» replica Vera, prima di iniziare a elencare una lista infinita di doveri.
«Torno al mio vestito, la sposa sta per arrivare per l’ultima prova» biascico, facendo qualche passo indietro.
Meglio eclissarsi, non voglio beccare qualche compito extra. Sono già abbastanza piena di impegni tra pizzi e merletti per almeno le prossime tre settimane.
«Dove diavolo pensi di andare, Aly?» chiede all’istante Vera.
Maledizione, ero quasi riuscita a scappare!
«James!» aggiunge mia sorella, fissando verso l’entrata di Confetti.
Pochi istanti dopo, il suo fidanzato entra nel nostro showroom, spingendo un carrello pieno zeppo di croissants, pasticcini e tanto altro.
«Sono in Paradiso!» osserva Katie, eccitata quanto me per quello che abbiamo davanti.
«Buon compleanno, Alyson!» mi augura James, prima di mostrarci una torta al centro del carrello.
«Santo cielo, James!» mi lascio sfuggire ad alta voce. «Hai preparato anche la Breakfast Confetti, la mia omelette preferita!»
«Tanti auguri, Aly!» dichiara Vera.
«Grazie tantissimo!» dico senza smettere di fissare il carrello. «Per mangiare tutto ciò ci metterò ore!» aggiungo.
«Ore? Sei sempre così simpatica, sorellina» asserisce Vera, aggiungendo la sua risata da malvagia strega dell’Est. «Alle otto e quarantacinque arriva la prima sposa. Alle nove e trenta, i genitori degli Hudson vogliono controllare il vestito. Hai solo dieci minuti per fare colazione e siamo già in ritardo sulla tabella di marcia. Su, veloce… torta e poi lavoro, lavoro, lavoro!»
È solo colpa mia.
Dovevo chiudermi a chiave qui dentro e non farle entrare mai più!
***
«Sono molto felice che tu abbia accettato di bere qualcosa con me, stasera» dichiara Katie.
L’ora di cena è passata da un pezzo ma entrambe abbiamo finito di lavorare solo pochi minuti fa, visto l’insopportabile matrimonio degli Hudson.
Non so nemmeno io perché ho accettato di recarmi in questo bar con mia sorella, oltre alla necessità di fare qualcosa di diverso, visto che oggi è il mio compleanno.
Questi posti non mi piacciono affatto, non li frequentavo nemmeno durante gli anni del college.
I luoghi affollati mi fanno venire l’ansia, come il dover interagire con il genere umano.
Katie mi chiama shy girl per un motivo. Io sono timida, asociale, spesso agorafobica. Stare seduta al bancone di un bar circondata da sconosciuti è più una tortura che un piacere.
«Vera non mi ha dato il tempo di assaggiare la torta, l’ho lasciata nel frigorifero di Confetti. Ci penserò domani» mi lamento.
«Ultimamente lei e Carol sono più nervose del solito, non trovi?» domanda Katie.
«Il matrimonio degli Hudson si sta tramutando in un evento infernale, non le biasimo…» rispondo.
«Uh, a proposito di matrimoni… non ti ho ancora dato il tuo regalo» dice, incuriosendomi.
«Regalo? Non ce n’era bisogno!» sostengo, mentre lei cerca qualcosa nella sua borsa di pelle con le borchie.
«Fidati di me, ti piacerà» aggiunge, appoggiando qualcosa sul bancone del bar.
Ci metto un po’ a elaborare che cosa ci sia scritto sulle due strisce di carta plastificata. Sono troppo impegnata a tremare come una foglia, dopo aver visto il logo su di queste.
Oh, mio Dio! Non può essere vero… penso, intanto che il cuore mi sta scoppiando in petto.
«Ti prego, dì qualcosa Aly!» strilla Katie per riportarmi alla realtà.
Sposto lo sguardo e la fisso senza parole.
«Non ti piace?» domanda.
Osservo di nuovo i biglietti davanti a me.
XIV° Bridal Gala” evento organizzato a New York City dalla migliore rivista del settore.
Ospiti della serata? Solo i migliori stilisti di alta moda. Li conosco tutti… li adoro quasi tutti.
«Katie…» sussurro, ansimando. «Sono senza parole!»
«Allora ti è piaciuto!» esclama felice.
«Come hai fatto a ottenerli? È un regalo stupendo ma non posso accettarlo. Non penso di essere in grado di attendervi» confesso, conoscendo bene i miei problemi d’ansia.
«Lo accetti eccome! Non hai idea di quanto abbia dovuto flirtare con quel feticista perver… uh, di quanto sia stato difficile trovare questi biglietti. Vera, papà e Carol pagheranno i biglietti e l’albergo per tutto il weekend. È un evento stupendo e abbiamo la possibilità di andarci. Dubito che un’occasione del genere accadrà di nuovo!» insiste, vedendomi titubante. «Non preoccuparti, non ti lascerò un secondo da sola. Verrò con te, ovunque, anche al ces… alla toilette!»
Guardo i biglietti e annuisco, anche se non smetto di tremare.
«Giuralo, ti prego…» dico con un filo di voce.
«Croce sul cuore e stretta di mano con sputo… non ti lascerò un secondo da sola!» dichiara, prima di ordinare uno shot di tequila.
Qualcosa mi dice che mi pentirò di questa decisione… anzi, lo sto già facendo!

 

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CAPITOLO II

Warren Hills

Il tizio del terzo piano di fronte al nostro ufficio dovrebbe smetterla di guardare certe televendite alle undici del mattino e uscire.
Capisco perfettamente che ha ottant’anni suonati e che ama fare shopping via cavo, ma al parco c’è quella signora del secondo piano che ci prova con lui. Dovrebbe approfittarne, lei è carina e ha almeno cinque anni in meno di lui.
«Capo, c’è di nuovo l’organizzatore del gala sulla linea due, che cosa devo dirgli?» mi domanda Zoe, da qualche parte dietro di me.
«Digli che sono in magazzino per scegliere delle stoffe… e per favore, portami un caffè» rispondo.
«Gliel’ho già detto due volte questa settimana!»
«Inventa una scusa qualsiasi, hai campo libero» aggiungo.
«Mr. Fletcher, scusi l’attesa ma è stata convocata una riunione…» le sento dire intanto che si allontana dalla stanza.
Non mi muovo, non mi scompongo. Stringo solo la matita nella mano, mentre rimango seduto al mio banco da lavoro con lo sguardo fisso sull’appartamento dell’ottantenne.
Dovrei lavorare, disegnare un abito, una borsa, una gonna… qualcosa! Dannazione, anche una cintura andrebbe bene in questo momento… ma non ci riesco.
Il vecchietto è più interessante, le notifiche dei social media anche, perfino il ticchettio dell’orologio vintage che mi ha regalato Xamia lo è.
Tutto va bene ma non quello che devo fare.
Immaginare. Disegnare. Produrre.
«Capo!» strilla Zoe, facendomi sobbalzare sullo sgabello.
«Che c’è questa volta?»
«Il caffè» risponde, porgendomi la tazza di carta riciclabile. «Dovrebbe concentrarsi di più sul bozzetto al quale sta lavorando e spiare di meno i vicini!» poi si lamenta la mia segretaria, rimproverandomi.
«Il bambino sta bene?» le domando ma non per cortesia. Voglio distrarla dal farmi la ramanzina delle undici, tanto so che poi ci sarà anche quella della pausa pranzo e delle sei di pomeriggio. Sono mesi che questa storia va avanti.
«Quando tornerò dal congedo per maternità, non voglio ritrovarmi a lavorare per il “capo-supremo” di questo stabile, è giusto che lo sappia. Quindi, basta caffè e ottantenni in calore. Mi aspetto un bozzetto per il Bridal Gala entro pranzo. O giuro, di non rispondere più al telefono!» sbraita, puntandomi il dito.
Se non fosse che siamo amici da quasi quindici anni, che sono stato il suo testimone di nozze e che sarò il padrino del figlio che porta in grembo… proverei a contraddirla.
Tuttavia, voglio arrivare vivo a ottant’anni per guardare le televendite in TV.
«Sì, Zoe. Grazie per il caffè» dichiaro, facendo finta di disegnare.
Ormai ci sono abituato, fingo di lavorare da mesi. Al massimo scarabocchio un abito e dico al team della mia casa di moda che farà parte della prossima collezione.
Non posso scontentarli, rischierei di essere strozzato da alcuni di loro e soprattutto dalla stampa. La quale non aspetta altro che affossarmi, dopo le stupidaggini compiute negli ultimi mesi a party e backstage, pur di distrarmi dal dolore.
Ancora non riesco a togliermi dalla mente l’ultimo articolo scritto su di me, la settimana scorsa.
L’ascesa e l’inevitabile declino di Warren Hills, fondatore e stilista della celebre firma “Iris Couture”. Quando la fama non è meritata.
Maledetti giornalisti!
Quanto vorrei che avessero torto marcio.

***

Il crepuscolo fuori dalla mia finestra illumina i grattacieli di Manhattan sotto il mio sguardo. Ho realizzato un bozzetto, un abito da sposa. Forse il più decente delle ultime settimane.
Ne sono convinto? No. Affatto.
Pensare che fino a nove mesi fa era tutto diverso mi rende nervoso, così tanto da versarmi un bicchiere di whiskey nel piccolo angolo bar del mio studio.
Nulla tornerà come prima… penso, mentre afferro il bicchiere di vetro e ne bevo il contenuto tutto d’un fiato.
Dalle stelle alle stalle.
Ecco come mi sento ultimamente, dopo tanto lavoro. Mi sto rovinando con le mie stesse mani, perdendo tutto ciò che ho costruito.
Non posso fare altro che prendermela con me stesso e nessun altro.
«Dannazione!» sbraito, prima di scaraventare contro il muro il bicchiere che ho in mano, distruggendolo in mille pezzi.
L’ho fatto anche con la mia carriera… della quale sono ormai rimasti solo dei taglienti cocci di vetro.
«Capo, va tutto bene?» mi domanda Zoe, entrando di fretta nel mio studio.
Sul suo volto c’è un’espressione preoccupata, sebbene non sia la prima volta che mi trova in questo stato. Ormai, la frustrazione è talmente tanta che spesso e volentieri mi trovo ad avere queste reazioni. Non riesco più a contenermi.
Non riuscirei mai a fare del male a una mosca, però in questi momenti vorrei tanto fare del male a me stesso.
«Va tutto bene, non ti preoccupare. Stai andando via?» le chiedo, cercando di non farla più inquietare. È incinta di soli due mesi e mezzo, non voglio che succeda qualcosa a lei o a suo figlio.
«Sì, in ufficio non c’è quasi più nessuno. Viene con me?» chiede, intanto che il suo sguardo si sposta sulla mia scrivania, dove si trova il bozzetto realizzato oggi.
«Penso di restare qui ancora per un po’» replico.
«Okay» sussurra, controllando il bozzetto.
La sua risposta è forzata. In passato, quando vedeva i miei bozzetti, esplodeva di gioia e da un bel po’ certe reazioni non avvengono più in questo ufficio.
«Lo so, fa molto schifo!»
«No, va bene. Forse, è il migliore delle ultime settimane. Questo potrebbe andare bene per la sfilata, in mezzo agli altri modelli» asserisce.
«Pensavo di proporlo come abito di punta… non tra i tanti» dichiaro, allontanandomi verso la finestra.
«Capo, riuscirà a tornare in sella. Confidiamo tutti in lei» afferma Zoe, poi va via dalla mia stanza, chiudendo la porta dietro le sue spalle.
Vorrei anch’io compiere lo stesso gesto. Andare via e lasciare tutto ciò che sono diventato in una stanza ben chiusa.
Sono diventato il fantasma di me stesso, uno stilista che ha perso la voglia di creare… e anche di vivere.
Non riesco più a disegnare. Qualsiasi cosa faccio è soltanto spazzatura, da quando lei non è più qui.

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“Confetti in passerella” di Aura Conte
© Copyright 2019 Aura Conte – Tutti i diritti riservati.

NOTE:
[1] Confetti: in inglese con il termine “confetti” ci si riferisce ai “coriandoli” di diverse dimensioni, i quali vengono utilizzati durante le celebrazioni. Nei matrimoni americani, i confetti vengono utilizzati al posto o insieme al “riso”. Il termine è molto comune nei paesi anglosassoni in riferimento ai matrimoni. Anche la frase “Breakfast Confetti” è spesso utilizzata (e conosciuta come ricetta culinaria: omelette alle verdure e bacon) ovvero: confetti a colazione.

[2] Shy girl: ragazza timida.