LEI

di Aura Conte

Avevo 16 anni, tante cavolate nella testa, una cotta per il più carino della scuola e molti ricordi buffi. Ricordo ancora quel pomeriggio, mi trovavo in uno stato di semi conoscenza dopo la pennichella pomeridiana, dalla finestra della mia stanza la luce del mattino si affievoliva sempre più tingendosi nei colori del crepuscolo.

Distesa sul letto mi massaggiavo lo stomaco pieno di cibo, mia madre c’era andata giù pesante con il pranzo della domenica. Eravamo tutti a casa, mio fratello Gabriel di dodici anni era chiuso nella sua stanza a giocare con la Playstation, mio padre vedeva gli ultimi minuti delle partite, mia madre insieme a mia sorella Shannon cucivano un vestito ad una bambola. Mi stavo per mettere in piedi quando dalla strada, fuori dalla finestra della mia stanza,un urlo provenne in un crescendo.

Una voce femminile e dei passi di corsa lungo la via in salita, da cui in lontananza si vedeva il mare, aumentarono con forza e si stroncarono improvvisamente. Sentii il vocio delle persone che camminavano in quelle vie giungere con tono preoccupato, mi alzai lentamente, preoccupata e spaventata, forse era stato uno scippo e la signora era rimasta ferita, forse un incidente stradale proprio sotto la mia finestra, ma non avevo sentito il botto od il rumore di un’auto passare nei minuti precedenti, forse qualcuno si era sentito male… Le persiane delle abitazioni si aprirono lentamente, sentivo i cigolii, era una via di persone normali, famiglie per lo più.

La mia finestra era socchiusa, le tende bianche spianate, un vento leggero le scuoteva, era primavera, il 15 Maggio. Ad ogni passo il vocio aumentava, allungai il braccio tremante e preoccupata della scena, spostai la tenda con sguardo già in rifiuto per qualsiasi notizia, ma davanti a me, al posto di trovare scenari di sangue, non vidi nulla, tranne, una ragazza dai capelli scuri, dall’aria bagnata, di cui vedevo a malapena il viso e profilo poiché era messa quasi di spalle ed in cima alla via, ferma a centro strada. Era immobile, le braccia scendevano sui suoi fianchi. Le persone giungevano da entrambe le vie principali che tagliavano la zona, sia a nord che a sud della strada, rimanendo in gruppi ad osservarla da lontano.

Poi lentamente, dopo alcuni minuti, si mosse, dondolava sul posto, si percepiva a malapena. Vidi i ragazzi che occupavano il primo piano del palazzo davanti al nostro, affacciarsi, erano un gruppo di studenti che frequentavano l’università, affittuari in cinque di un appartamento con un piccolo balcone antico. Potevamo vedere dalla mia stessa altezza la scena, ma differentemente da me, loro sembravano meno spaventati e già un po’ brilli, forse la causa era il match di calcio appena concluso in tv e qualche birra in più tra amici, osservavano la strada divertiti sul loro balconcino a turni di due. I loro commenti poco piacevoli. La ragazza sempre nello stesso punto.

Vidi la sua mano fare un gesto improvviso, fu un instante, come uno spasmo muscolare. Lo fece più volte, ma non riuscivo a capire cosa volesse dire. Lasciai la scena per correre in camera di mio fratello, era distrattissimo, s’incazzò quando gli tolsi le cuffie interrompendo la sua partita alla PS3.

“Prendi la telecamera con lo zoom ed un binocolo, adesso” gli ordinai.

In un primo momento fu confuso, poi osservandomi iniziò a cercare entrambe le cose con foga, appena trovati gli oggetti corremmo nella mia stanza, gli feci segno di stare zitto e spostai lentamente la tenda. Quando vide la scena rimase con la bocca spalancata, ma a ciò che avevo lasciato pochi minuti prima si era aggiunto un protagonista, vi era un ragazzo che, tra quei piccoli gruppi di persone che osservavano la scena oramai aumentati, camminava lentamente verso di lei con un braccio allungato in un movimento che indicava alla ragazza di calmarsi. Lei ora aveva il viso rivolto in basso. Le persone osservavano preoccupatissime la scena, mio fratello intanto apriva la telecamera e passava a me il binocolo. La mano di lei si mosse nuovamente, era come se le dita volessero esprimere delle parole, come il linguaggio dei segni, ma le braccia non riuscivano a muoversi rimanendo distese sui fianchi.

“Ce l’ho” disse Gabriel, la spia rossa si accese sulla telecamera, stava registrando. Presi il mio cellulare dalla tasca, non era ad alta risoluzione e con quelle luci si vedeva malissimo qualsiasi cosa registrata, ma decisi di puntarlo e registrare.

Il ragazzo in strada era quasi giunto a “lei”, stava per sfiorarla quando il suo viso si alzò in un istante dal basso verso l’alto per osservarlo, fu un millesimo di secondo, lui rimase fermo, pietrificato nella sua posizione per alcuni minuti, sentivo mio fratello tremare, le persone in strada si coprirono la bocca per non urlare. Poi capii, spostando lo sguardo sul led della telecamera… Da occhi, naso e bocca del ragazzo in strada scendevano lentamente delle gocce di sangue, i suoi occhi erano bianchi, non vi era più differenza tra l’iride e la pupilla. Quando la prima goccia di sangue tocco l’asfalto anche lui la seguì accasciandosi a terra davanti al corpo della ragazza, mio fratello spaventato per poco non urlò.

Gli tappai la bocca con una mano e con uno strattone lo tirai giù.

“Dobbiamo chiudere la finestra” sussurrai. Le lacrime scendevano silenziose da i suoi occhi per la paura, io tremavo come una foglia.

Con lentezza mi mossi osservando nascosta la scena, il viso di lei si stava muovendo, lentamente, verso la nostra finestra; ci aveva sentito. Il rumore di un’autoambulanza che giungeva nella via la fece distrarre, spostò il viso nella direzione opposta, qualcuno l’aveva chiamata per il ragazzo disteso a terra. In quella frazione di secondi, ne approfittai e con un veloce gesto chiusi la finestra, scendendo la serranda. Non poteva più vederci, ma noi sì, attraverso le fessure.

Mio padre piombò nella stanza in quel minuto “Cos’è tutto questo casino?” chiese vedendo mio fratello con la camera stretta nella mano ed in lacrime di silenzio. La presi con forza e tornando indietro il video appena girato, gli feci vedere cosa vi era in strada. Sbiancò, non avevo mai visto il viso di mio padre tingersi di tanta paura. In pochi minuti avvertì mia madre senza far spaventare Shannon, anche lei da lì a poco, alla vista del video, rabbrividì, venendo a curiosare cosa ci fosse fuori dalla finestra. Oramai il cielo era diventato scuro, le ore passate, erano le otto di sera. L’autoambulanza con le luci in movimento era parcheggiata all’incrocio nord, i medici fuori da essa non avevano il coraggio di avvicinarsi, la polizia man mano giunse barricando la strada, affinché nessuno della folla oramai radunata avesse di nuovo un’idea come quella del ragazzo. E lei? Lei era lì di nuovo immobile.

Shannon improvvisamente urlò spaventata dalla stanza dei miei che si trovava nel lato opposto dell’appartamento.

“Mamma, Mamma!” continua a dire la sua vocina da bambina. Andai con mia madre a soccorrerla e capire perché di quelle urla, aveva i cartoni alla tv, era nel suo mondo “Ho sentito gridare fuori!” urlò spaventata.

Controllai fuori dalla finestra, sempre nascosta dietro le serrande. Ed ecco, la scena si ripeteva in lontananza, alcune vie lontane da noi, qualcuno correva urlante e si fermava al centro strada. Mi allontanai tremante, correndo da mio padre e trascinandolo verso la finestra ad osservare la scena, la tv interruppe i cartoni alla tv, un’edizione straordinaria del telegiornale veniva messa in onda intanto che io ero invitata a sedermi sul letto e bere un bicchiere d’acqua.

A quanto pare un corrispondente era già a lavoro fuori dalla finestra di casa mia, poi una telefonata in diretta, qualcuno aveva comunicato la notizia, LEI, non era sola.

Altre telecamere, altri servizi, in diversi punti della città.

Poi urla ancora, fuori dalla finestra a pochi metri da dove stavo seduta, ma non erano della ragazza bensì degli studenti fuori del palazzo di fronte, erano completamente ubriachi e la polizia non poteva fermarli od avvicinarli se non sparando. Tiravano oggetti, lattine di birra, cibo, rotoli di carta alla ragazza facendo i cretini e la situazione precipitò, così in pochi secondi.

Lei si mosse, con il ragazzo che ancora giaceva ai suoi piedi, fu come un salto sul muro del palazzo, si arrampicò all’angolo di esso, non molto distante dalle persone e l’autoambulanza parcheggiata. Era una sorta di ragno gattonante, faceva paura, le urla delle persone non si sprecarono, i ragazzi del balcone, continuavano a provocare man mano che lei si avvicinava. D’un tratto la sua velocità fu quasi fulminea, prima arrivò sul balcone, chi vi era ebbe lo stesso trattamento del ragazzo in strada. Gli studenti all’esterno caddero uno dopo l’altro, poi entrò in casa, per minuti da essa si sentirono provenire rumori, porte sbattute, oggetti lanciati, in un silenzio indotto dalla polizia in strada. I medici corsero a prendere il cadavere del ragazzo, coprendolo con un lenzuolo, in quel momento lei uscì di nuovo sul balcone, osservò la scena per pochi secondi e rientrò in casa, lenta.

I minuti passarono, il suono degli elicotteri giunse sulle nostre teste, poi il vocio di nuovo e la voce di alcune persone che urlavano puntando il dito in alto. Sul bordo del terrazzo, in piedi nell’angolo, con il viso rivolto verso il basso ma nascosto da capelli, vi era Lei, che nel buio, veniva illuminata da poca luce.

Dal telegiornale provenivano le stesse identiche immagini, la giornalista terrorizzata interruppe il servizio. In studio vi fu un certo clamore, poi le immagini iniziarono ad essere disturbate, la giornalista era in piedi, qualcuno si muoveva verso di lei, aveva lo stesso aspetto della ragazza in strada, ma aveva un vestito differente. La donna si accasciò a terra, il cameraman fece cadere la telecamera. Vi fu un frastuono incredibile, tra un’immagine disturbata e l’altra qualcosa strisciava in una posizione non molto “umana” o possibile a livello fisico, indietro sul pavimento, la testa rivolta dietro la schiena e degli occhi sbarrati, il segnale svanì, schermo nero.

Mio padre fu chiamato da un nostro vicino, era il signor Alvarez, un uomo molto anziano e solo, che gli chiedeva aiuto, abitava al terzo piano e vedeva dalla sua finestra la ragazza alla sua stessa altezza, voleva venire da noi ma non riusciva a muoversi. In preda ad un attacco di eroismo uscì da casa, con mia madre urlante che voleva fermarlo così come me e mio fratello.

Aspettammo minuti, poi giunse un’ora, erano circa le dieci quando lei svanì. Le persone urlarono in strada.

Mio padre ancora non era tornato. Eravamo nervosi, preoccupati, fermi in cucina sperando che lo streaming del computer di notizie potesse aiutarci, andai in bagno. Poi un trillo alla porta. Ero la più vicina, mia madre ed i miei fratelli erano ancora fermi in cucina. Mi avvicinai lentamente alla porta, mossi il braccio per spostare lo spioncino e sentii.

Fui afferrata.