Capitolo 3
Alexander
Lo scontro con lo sceriffo O’Connel mi lasciò più che dell’amaro in bocca, ero stato giudicato colpevole senza giusta causa di un atto che non avevo commesso, ed il sequestro della mia autovettura, quando non correlata all’evento in questione, era da considerarsi come un furto, non ero responsabile di alcun reato, ma soprattutto di desiderare la donna d’altri, specialmente la moglie di Osvald Wright.
Non ero io l’uomo che cercava, non ero io il Crowley che aveva deciso di mettere mani tra le lenzuola del suo letto. Esposta la ragione del suo comportamento durante la lite, collegai facilmente il viso di sua moglie intenta a dirgli dei suoi continui tradimenti, immaginavo lui che cercava di estorcergli il nome ed un Crowley generico detto dalla bocca carnosa di lei. Era James l’uomo che cercava, ma come mio fratello si era fatto in passato carico delle aggressioni a me riservate, questa volta era giunto il mio turno, non era la prima volta che ci coprivamo a vicenda, ma la reazione dello sceriffo fu inadeguata ed imperdonabile, non ero stato io ad uscire la pistola, né il primo a generare quella rissa.
Il lunedì seguente ci recammo al cerimoniale organizzato nella tenuta del sindaco Charles Liam, fu James a darmi un passaggio per ovvie ragioni, questo precludeva la mia libertà, mi sentivo in gabbia. La tenuta stile coloniale sorgeva in un intensa e fitta distesa di verde del sud, al cui interno, adiacente all’abitazione, erano situati dei piccoli giardini a tema floreale, curati amabilmente dalla moglie del sindaco, dei tavoli erano stati allestiti sotto dei teloni bianchi, dietro essi vi erano i camerieri occupati a servire i cocktails agli ospiti in quel tardo pomeriggio primaverile. Mi dirigevo dritto verso il buffet quando notai, a qualche decina di metri, la ragazza con il vestito a fiori incontrata giorni prima passeggiare, con un uomo anziano su una sedia a rotelle, per il parco vicino ad una panchina, mi avvicinai per sentire la loro conversazione.
“E poi cosa successe?” lei gli chiedeva.
“Quando sei sotto attacco hai due possibilità, soccombere o provare a superare la notte successiva” rispose lui.
“In che senso nonno?” continuava lei a domandare a colui che a quanto pare era suo parente, sebbene non notavo molto la somiglianza.
“Quando uccidi, anche per difesa, non puoi più fuggire da quell’atto. Ma le ore successive, se sei un uomo vero, sono le peggiori poiché inizi a pensare che dopo aver ucciso dovresti morire anche tu. Chi è l’uomo per decidere quale vita prendere e quale no? Nessuno. Noi siamo tutti ma siamo anche nessuno, tesoro”
“Più che plausibile”
Poi notai lo sguardo del “nonno” su di me, mi lanciò un’occhiata che solo gli uomini di quel tempo erano in grado di dare quando proteggevano la loro famiglia.
“Qualcuno ci sta osservando” gli sentii farfugliare, così decisi di cambiare strada e pochi istanti dopo il mio gesto udii “non ti girare”.
“Chi?” chiese lei con tono curioso e femminile.
“Alexander Crowley. Non voglio che tu abbia a che fare con qualcuno del genere, non è alla tua altezza” replicò l’uomo lanciandomi una nuova occhiata.
Lei si girò, per pochi istanti, inchiodandomi, con due occhi neri brillanti e densi. Furono due spilli conficcati nel corpo.
Decisi di andar via perdendomi nella folla di alcune persone vicine.
Entrai nello spazioso salone del sindaco, era pieno di gente e le ore passarono tra possibili accordi di lavoro e scambi di sguardi con la moglie di Liam, era una bellissima donna, ma si notava mille miglia quanto fosse insoddisfatta dal marito a causa della cura che metteva nel giardino intorno alla tenuta, anche se parte del suo senso estetico ed istinto materno, nei confronti di quella flora, era probabilmente dato dal fatto che non aveva donato un figlio al marito, poiché sterile, e l’adozione di un ragazzino dell’Orfanotrofio comunale di Gate non era bastato a riempire quel suo vuoto da vera donna.
Uscii a prendere una boccata d’aria da tanto feromone solo poche ore dopo. Avevo in mano il mio quinto cocktail, allungato con la mia fiaschetta di whiskey conservata nella tasta destra della mia giacca grigia, ed ammetto che al momento ero già ben più che in là con i nervi alterati e la perdita di sobrietà, quando vidi una sagoma in lontananza immobile, sotto la luna. Mi avvicinai, era un dipinto ben delineato, una donna che di spalle osservava una limpida luna piena e seducente, in una notte altrettanto tale, sotto le stelle, circondata da alberi su entrambi i lati, davanti a sè una distesa di campi. L’idea di entrar a farne parte e toccare quello spettacolo era invitante, mi mossi lentamente per non spaventare i protagonisti di esso. Man, mano che mi avvicinavo la sagoma diveniva la ragazza con il vestito a fiori, ora sola senza nessun anziano ad accompagnarla.
“Bellissima” le dissi, lei si voltò di scatto osservandomi dritto negli occhi con le sue pupille nere come due spilli.
“Già” disse e tornò ad guardare la luna, radicata nel suo mondo.
Passarono minuti di totale indifferenza nei miei confronti. Fin quando i miei nervi, con l’aiuto dell’alcohol, non saltarono e la testa iniziò ad implodere.
“Cosa vi sta ipnotizzando di essa così tanto da non muovervi? Infondo è sempre la stessa luna, anche tra qualche settimana sarà così”
“Non è vero. Vi sbagliate. Sarà sempre diversa, ogni giorno”
“Perché?”
“Perché noi saremo diversi nel nostro futuro e mai uguali. E’ la vita, pensate di svegliarvi per sempre nello stesso modo? Come sarà il vostro futuro?”
Non le risposi, lei m’invio un sorriso e andò via verso la tenuta dicendo “Sarete anche famoso per le vostre gesta pubbliche, ma per me risultate solo vuoto”
La seguii incuriosito sino a quando non entrò all’interno della casa del sindaco, incontrò la sua famiglia e lasciò il cerimoniale.
La fiaschetta nel mio taschino si svuotò del tutto prima che l’oroligio a pendolo dell’ingresso di quella tenuta scoccò le dieci di sera, si sapeva quanto il sindaco fosse parsimonioso anche a quegli eventi lasciando ai suoi ospiti alcolici leggeri ed a basso prezzo, per tener per se stesso quelli buoni e forti nel suo studio. Salii le scale sino al primo piano barcollando, la mia vista era appannata dal totale stato di ubriacatezza in cui mi trovavo, vedevo solo un lungo corridoio in cui si stendeva un vecchio tappeto rosso purpureo su un pavimento in marmo chiaro, le pareti erano in legno e piene di quadri, medaglie e oggetti che richiamavano l’arma in cui Liam aveva combattutto nell’esercito, la marina militare. Aprii la porta del suo studio con un colpo netto di spalla, era già socchiusa e per poco non caddi a terra, anche l’interno del suo studio rispecchiava lo stile esterno, ma vi era una puzza non indifferente di sigari che saliva dritta al cervello, il posacenere ne era pieno, era il vizio del proprietaro di quella casa, sigari cubani importati illegalmente. Vi era un carrello bar alla mia sinistra con un buon bourbor posizionato al centro, accanto a dei bicchieri di cristallo, lo presi versandolo nella mia fiaschetta, quando lo feci ebbi un capogiro, l’alcohol nelle mie vene pulsava più velocemente dei miei globuli, ero più che ubriaco e l’odore di esso aveva peggiorato la situazione, nel rimettere a posto la bottiglia uno dei bicchieri cadde e si frantumò. Ma a chi importava? Erano tutti di sotto a ballare, cantare e chiaccherare, nessuno sentì quel misero rumore di vetro schiantato. Ma esso fu l’ultimo di cui io ricordo, poiché scoppiò nel mio cervello come una granata.
Poi il vuoto ed il suono degli uccelli dell’alba.





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